I divani da cui avviciniamo la storia

Il libro di Marija Stepanova, molto più delle memorie familiari

Un metodo all’apparenza documentario, che però poi diventa molto di più: l’indagine di Marija Stepanova (Mosca, 1972) sul passato della sua famiglia è una vera lezione su quelli che possono essere i nostri rapporti con il passato, rapporti a cui concorrono molte emozioni diverse, alcune esplicite, altre leggibili fra le righe. Viene da pensare a un grande film come La recita (1975) del greco Theo Anghelopoulos, in cui si intrecciavano quattro piani della narrazione: le vicende personali (amori, desideri, gelosie) di un gruppo di attori girovaghi; la vicenda di argomento idilliaco-pastorale-rurale che questi ultimi mettono in scena di villaggio in villaggio; le vicende politiche legate dalla Grecia che lottava contro il regime dei colonnelli; e sullo sfondo l’eterno mito degli Atridi e l’Orestea di Eschilo.

La materia di Memoria della memoria*, infatti, è quella della vita di una famiglia più che allargata, dalla Russia a varie località dell’estero, dalle case e oggetti degli antenati alle lettere alla madre di un giovanissimo soldato, stretto nell’assedio di Leningrado iniziato nel settembre 1941, con digressioni su una serie di “vite parallele”, come quelle della pittrice ebrea Charlotte Salomon o quella del poeta Osip Mandel’stam, ebreo anch’egli, poi divenuto cristiano metodista per potersi iscrivere all’Università, e infine perseguitato dal regime di Stalin. Su tutto e tutti aleggia costante il pregiudizio antiebraico, mefitico anche e soprattutto quando non è esplicito. La storia privata e quella pubblica si intrecciano in una complessità visuale che però non toglie pathos alla narrazione. Che è tale, almeno come impalcatura romanzesca, anche se poi il libro è in realtà una lunghissima meditazione sul mondo e sul destino, sulle vite distrutte e sulla volontà di affermarsi: «Si tratta non tanto di divenire migliori di quanto si è – scrive Stepanova – ma piuttosto di percepire costantemente il mondo come un appartamento appena svuotato».

Ecco, è proprio così: il volto invisibile dell’autrice si materializza davanti a noi perché ci possiamo facilmente riconoscere nella sua ansia di scavare nel passato familiare (di fronte ai grandi romanzi classici dell’800 ci si identificava nei protagonisti – ha scritto Daniele Del Giudice –; a partire da Kafka facciamo proprio il sentimento di chi scrive) e di trovare fatti, immagini e il senso della nostra origine.

Ma in realtà anche i personaggi evocati e convocati da Stepanova si cercano gli uni con gli altri e le altre. È Lëdik, ventenne al fronte della città cinta d’assedio, a inviare soldi a casa, come se fosse al lavoro, e a preoccuparsi dell’attività e della salute dei congiunti. Morirà dopo un anno, l’assedio proseguirà per un altro anno e mezzo.

L’ultima parte del libro è costruita attorno alla figura della bisnonna dell’autrice, Sarra Abramovna Ginzburg, sulla quale peraltro già c’erano state anticipazioni in una digressione sui nomi ebraici e sull’obbligo di introdurre un cognome legato alla città di provenienza, per scopo identificativo, una sorta di sospetto preventivo connaturato al pregiudizio.

L’altro grande riferimento letterario che traspare dalle pagine di Marija Stepanova, ed è esplicitamente affrontato è al grande W. G. Sebald (1944-2001), bavarese residente in Inghilterra, scomparso in un incidente d’auto. I suoi libri, soprattutto Gli emigrati e Austerliz indagano con lo stesso spirito, ma con una vena melanconica di fondo, le tracce del passato e provano a inventare là dove mancano i dati concreti. Così si viaggia fra storia, realtà, invenzione, sentimento. Il bello, per chi legge, è che anche quegli oggetti e immagini fanno vivere emozioni e coinvolgono chiunque. I proprietari dell’appartamento «non ci sono più, e noi ce ne stiamo qui seduti su divani orfani, sotto le foto di altre persone, imparando a considerarle famiglia senza averne particolare diritto» (p. 89). Così forse, accanto alla storia che leggiamo in altri libri, professionalmente e accademicamente narrata, si fa strada quella interiorizzata nelle emozioni della scrittura, a partire da una base documentale. Di entrambe abbiamo più che mai bisogno.

* M. Stepanova, Memoria della memoria. Bompiani, 2020, pp. 460, euro 22,00.

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