Mani armate, mani legate

La vendita di armi e mezzi militari dall’Italia all’Egitto non conosce crisi. Su questo piano così redditizio si sacrificano i principi democratici e umanitari. L’analisi di Giorgio Beretta (Opal)

L’arresto di Patrick George Zaki, lo studente egiziano che stava svolgendo un master all'università di Bologna prima di essere recluso in Egitto con l’accusa di attacco contro lo Stato, sta diventando un caso internazionale. A differenza della vicenda, certamente più famosa, di Giulio Regeni, scomparso nel nulla il 25 gennaio 2016 e ricomparso, senza vita, il 3 febbraio dello stesso anno, in questo caso l’attenzione si è sollevata immediatamente. Eppure, finora niente sembra smuovere le procure egiziane. Sabato scorso il giudice del Tribunale di Mansoura ha respinto l'istanza di scarcerazione presentata dai legali e dalla famiglia. Della sua sorte si sa poco, se non che è stato sottoposto a torture e che le condizioni di detenzione sono inaccettabili secondo il diritto internazionale. Eppure, le relazioni del nostro Paese con Il Cairo non sembrano risentirne, dando in qualche modo ragione al governo egiziano, che sottolinea quanto la vicenda Zaki sia una questione interna.

Una spiegazione di questa stabilità, di questa generale accettazione da parte italiana dell’atteggiamento egiziano, si può ritrovare in un dato, quello delle autorizzazioni alla vendita di armi e mezzi militari italiani verso il Paese guidato da Abdel Fattah al-Sisi. «Stiamo parlando di nuovi possibili contratti per l’esportazione di armamenti dall'Italia all'Egitto per oltre nove miliardi di euro», spiega Giorgio Beretta, analista dell’Osservatorio Permanente sulle Armi Leggere e le Politiche di Sicurezza e Difesa di Brescia.

Di quali armamenti si parla?

«In particolare si tratta di due fregate militari già in dotazione alla Marina Militare Italiana che verrebbero vendute abbastanza celermente all'Egitto con l'opzione per altre sei. In più si aggiungerebbero circa 20 elicotteri AW149 per il trasporto delle truppe e altri 20 aerei addestratori M-346 della Alenia Aermacchi, oltre alla possibilità di vendita degli Eurofighter all'Egitto. Nove miliardi di euro sono la cifra più alta per autorizzazioni alle esportazioni verso un Paese estero mai rilasciato dall'Italia dal dopoguerra. È chiaro che quindi tutte le altre questioni, in particolare quella che riguarda Giulio Regeni e quella che sta riguardando Zaki vengono messe in secondo piano. Quello che non si vuole fare da parte dell'Italia è mettere in questione queste esportazioni».

Com'è possibile che il rapporto sia così sbilanciato? L'Egitto non ha niente da perdere nel tempo nel temere di perdere questo genere di armamenti?

«Questa è una manovra molto furba da parte dell'Egitto, perché, attraverso l'importazione di armamenti dall'Italia, Il Cairo cerca di legittimare la propria politica estera, la propria politica di difesa e anche quella che riguarda i diritti umani. Un Paese come l'Italia formalmente ha delle regole molto restrittive per quanto riguarda l'esportazione di armamenti, che prevedono appunto che non siano rilasciate esportazioni a Paesi in conflitto armato, a paesi che alimentano i conflitti internazionali, a Paesi dove ci sono gravi violazioni dei diritti umani. Ecco, se un Paese come l'Italia rilascia esportazioni di armamenti verso l'Egitto, l'Egitto può a buon titolo dire che è un paese democratico, che rispetta i diritti umani, che non alimenta i conflitti internazionali, che per esempio non fornisce armi a Khalifa Haftar in Libia. Questo è il punto, cioè l'Egitto con questa manovra molto scaltra sta cercando una legittimazione internazionale».

È un caso che questa mossa sia compiuta nei confronti dell’Italia?

«No, proprio perché l’Egitto sa che qui c'è un punto di debolezza, quindi armamenti che magari non riceverebbe da altri paesi li può ricevere dall'Italia, e questo è centrale. Per l'Italia, invece, questo diventa un motivo di affermazione a livello internazionale, anche a scapito di altri partner, come per esempio la Francia che negli anni scorsi ha venduto altri sistemi militari all'Egitto».

Tornando alla questione libica, non c'è rischio che l'Italia, che da un lato fornisce armamenti all'Egitto, alleato di Khalifa Haftar, e dall'altra è la più attiva sostenitrice di Fayez al Sarraj, possa avere dei problemi di credibilità?

«Sicuramente. Anche perché proprio ieri è stato ribadito l'embargo di armi verso tutte le parti in causa in Libia. Qual è il ruolo che l'Italia vuole avere a livello internazionale? Purtroppo, per quanto riguarda le esportazioni di armamenti, invece di seguire le norme definite della legge 185, ma anche dal Trattato internazionale sul commercio di armi, che sarebbero le norme fondamentali da seguire, molto spesso viene seguita questa linea di realpolitik, e cioè si cerca di vendere armamenti a un Paese perché questo può diventare un maggior committente e quindi piazzare nuovi ordinativi anche negli anni successivi. Si segue una logica che sostanzialmente è questa: se gli Stati Uniti vendono armamenti a quel paese, possiamo venderli anche noi. Non è un caso che l'Italia, anche prima dell'embargo verso l'Iran, pur avendo ottimi rapporti con Teheran a livello commerciale, non abbia mai venduto armamenti verso quel Paese, perché è, diciamo così, vietato dagli Stati Uniti.  Questo è il punto centrale della questione».

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