Egitto, sei anni di repressione

Il 3 luglio 2013 il feldmaresciallo Abdel Fattah al-Sisi raccoglieva la protesta di milioni di egiziani e deponeva Mohamed Morsi presentandosi come “uomo nuovo”. A farne le spese, i diritti umani

«Una rivoluzione che esprime i più forti valori egiziani». Con queste parole, lo scorso 30 giugno il presidente Abdel Fattah al-Sisi si presentava alla televisione di Stato egiziana per festeggiare il sesto anniversario del colpo di Stato militare che portò prima alla deposizione del presidente Mohamed Morsi, eletto un anno prima con il sostegno dei Fratelli Musulmani, oggi fuorilegge, e poi al suo insediamento al potere.

Nel suo discorso al-Sisi ha sottolineato la lealtà del popolo egiziano al proprio Paese e ha voluto ringraziare le forze armate e la polizia per aver evitato che il Paese «sprofondasse nel caos e nel conflitto». Nella stessa occasione, il papa della Chiesa ortodossa copta e patriarca di Alessandria, Tawadros II, ha sottolineato come le proteste e poi l’azione militare abbiano protetto il Paese dalla disgregazione. «Nonostante le difficili circostanze che circondavano quei giorni nel 2013 – aveva concluso al-Sisi – sono stati alcuni dei più grandi momenti nella nostra storia moderna».

Probabilmente sarebbero in molti a non essere d’accordo, se solo potessero dirlo. Il punto è che non possono, perché sin dal momento del colpo di stato del 3 luglio 2013 il regime egiziano retto da al-Sisi è andata a restringere sempre di più le maglie della repressione.

In occasione del sesto anniversario della deposizione dell’ex presidente Mohamed Morsi, Amnesty International ha pubblicato un rapporto sulla stretta sui diritti umani nel Paese dal 2013 a oggi, inviata al Consiglio Onu dei diritti umani in vista dell’Esame periodico universale cui l’Egitto sarà sottoposto a novembre.

A proposito del deterioramento sistematico e senza precedenti dei diritti umani e politici nel Paese, Riccardo Noury, portavoce di Amnesty Italia, racconta che si attuano «prassi che violano i diritti umani seguite da leggi che le rimettono a posto, rendendo lecite le sparizioni forzate, le torture, gli arresti arbitrari, le detenzioni in isolamento per lunghissimi periodi di tempo, le condizioni detentive degradanti».

Dalla legge sulle proteste del 2013, passando per quella antiterrorismo del 2015, il Parlamento egiziano ha votato e adottato leggi che vanno sempre più verso questa direzione. La norma del 2017 sulle organizzazioni non governative, per esempio, consente alle autorità di negarne il riconoscimento, di limitarne le attività e i finanziamenti e di indagare in modo arbitrario i suoi lavoratori. Nel 2018 il Parlamento ha poi approvato norme sui mezzi d’informazione e sui crimini informatici che hanno ampliato i poteri di censura sulla stampa cartacea e online e sulle emittenti radio-televisive. Secondo l’Associazione per la libertà di pensiero e di espressione, dal maggio 2017 le autorità egiziane hanno bloccato oltre 500 siti web, tra cui portali informativi e di organizzazioni per i diritti umani. «Una di queste – aggiunge Noury – è particolarmente rilevante perché potrebbe avere a che fare anche con vicende che ci riguardano da vicino: parliamo di una legge di impunità per i responsabili e i loro sottoposti delle forze di sicurezza responsabili di crimini commessi dal 2013 al 2016, tra cui la “Tienanmen del Cairo”, un massacro di un migliaio di manifestanti appena dopo l’insediamento di al-Sisi».

La società civile egiziana è sempre stata riconosciuto, tra il Nord Africa e il Medio oriente, come una delle più attive, impegnate e capaci di influenzare la politica: la rivoluzione di Piazza Tahrir del gennaio 2011 era lì a dimostrarlo. Oggi, questa società sembra ripiegata sempre più su se stessa, schiacciata dalla paura e da un clima di paranoia politica. «A differenza dell’era di Mubarak», ricorda Riccardo Noury, «in cui c’era una linea tracciata in maniera precisa tra il poco che poteva essere fatto e quello che sarebbe stato sanzionato, sotto al-Sisi questa linea non solo è mobile ma tende a spostarsi sempre di più nella direzione contraria ai diritti umani, impedendo qualsiasi forma di espressione, di critica e dissenso, sia in piazza sia sui mezzi di informazione sui social attraverso azioni giudiziarie, attraverso il lavoro sui diritti umani. Il rischio di una società completamente o quasi “sisificata” è che il tono nei prossimi anni sarà grigio e la colonna sonora sarà il silenzio».

Portando in Italia la repressione egiziana, le elezioni amministrative nel nostro Paese hanno portato alla rimozione dello striscione “Verità per Giulio Regeni” da alcune piazze italiane, dalla sede della Regione Friuli-Venezia Giulia a quella del Comune di Ferrara, al punto che politico.eu titola uccidere Giulio Regeni. Ancora una volta. Un passo indietro rispetto alla ricostruzione di una vicenda che a livello giudiziario ha ancora molte zone d’ombra. «Negli ultimi tempi – spiega il portavoce di Amnesty – è stata data da parte di nuove amministrazioni l’idea che Giulio Regeni e la campagna per la verità fossero un patrimonio esclusivo di una parte politica che quando perde va a casa e si porta a casa anche lo striscione per Giulio. È un’idea aberrante, figlia di questa visione molto paesana delle cose per cui tutto è politica nel senso che tutto è partitico. Questa invece è una cosa che invece ha unito persone che la pensano molto diversamente in nome di un principio, cioè che un giovane ricercatore italiano non può essere massacrato al Cairo senza che nessuno si indigni e chieda la verità».

Finora la strategia adottata dalla politica italiana, secondo cui si sperava di ottenere verità e giustizia mantenendo allo stesso tempo buoni rapporti con il Cairo, non ha pagato. «Quella strategia – conclude Noury – è stata arrendevole e ipocrita, bisogna mettere in conto che se chi vuole davvero ottenere la verità forse un prezzo sul piano dei buoni rapporti e delle relazioni politiche va pagato. C'è anche da portare avanti il discorso a livello internazionale, attraverso tutto il sistema dei diritti umani delle Nazioni Unite, ma l’Italia non ha mai pensato di attivarlo».

 

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