Un impasto di fede e dubbio

Un giorno una parola – commento a Marco 9, 24

Porgi l’orecchio alle mie parole, o Signore, sii attento ai miei sospiri. Odi il mio grido d’aiuto, o mio Re e mio Dio, perché a te rivolgo la mia preghiera
Salmo 5, 1-2

Io credo; vieni in aiuto alla mia incredulità
Marco 9, 24

La Scrittura contiene moltissime immagini di Dio e della sua relazione con il mondo; alcune sono limpide, altre richiedono uno sforzo per calarsi nel loro tempo, nella mentalità di chi ce le ha tramandate. Alcune ritraggono il volto di Dio per noi senza ambiguità, altre balbettano una speranza o un timore. Questa – il culmine del racconto in cui il padre di un bambino gravemente malato confessa a Gesù in persona la sua fede e il suo dubbio – ci offre forse il volto di Dio più empatico di tutta la Bibbia, capace di toccare il cuore di chi legge nel modo più intenso. Di fronte al dramma la Scrittura evita accuratamente di parlare di forme giuste o sbagliate di rivolgersi a Dio, non c’è ortodossia od eresia, atteggiamenti religiosi o scettici. L’autentico parlare a Dio è sempre un impasto di fede e dubbio: credo – vienmi in aiuto nella mia incredulità. Il tutto non detto nell’oscuro del lettuccio, ma di fronte a Gesù. E vediamo anche come Gesù ci prenda sul serio mentre ci riconosce la dignità di avere questa fiducia e questa incertezza che convivono, che vanno per forza a braccetto nel momento della malattia oggettiva del figlio, della speranza nella guarigione (che per il momento è solo possibile, solo annunziata). Dio non chiede ai suoi una fede cieca ed assoluta: Dio non vuole dei servi supini a cui concedere una grazia. Dio incontra le persone così come sono, non ha paura del loro dubbio - anzi, nel Getsemani Gesù farà suo anche il dubbio, sulla croce griderà “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato”. Dio ci accoglie con la nostra vita, non ha paura di ascoltare una voce che mette in dubbio la sua potenza.

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