Responsabile, lento o sostenibile? Chiamiamolo dolce

Un articolo sul turismo dolce, il focus del numero di gennaio del free press L'Eco delle valli valdesi in distribuzione nel pinerolese in questi giorni

Una cosa ormai chi si occupa di terre alte l’ha capita: il futuro del turismo in montagna non può più passare unicamente per lo sci da discesa. Politici, operatori, imprenditori, frequentatori, siamo tutti in ascolto di un nuovo tipo di approccio alla montagna, una ricerca di esperienze vere, di storie particolari, di autenticità. C’è chi, questo nuovo fenomeno, lo chiama turismo responsabile (un ossimoro?), chi si limita a definirlo più prudentemente sostenibile, chi parla di turismo lento. Ma quando si tratta di capire che cosa sia realmente son dolori, perché non è facile circoscrivere questo nuovo fenomeno dai contorni sfumati e sfuggente. Noi di Dislivelli, che da anni ci occupiamo delle nuove frontiere del turismo in montagna, abbiamo creato una rete di oltre 300 tra imprenditori e professionisti che si occupano di questo fenomeno, l’abbiamo chiamata Sweet Mountains, e abbiamo provate a spiegare di che cosa si occupa.

L’offerta turistica sulle Alpi oggi si divide in due tipologie differenti: il turismo di massa, o industriale, e il turismo dolce, o artigianale. Il primo, il turismo di massa, o industriale, è quello dello sci da discesa: un turismo intensivo, pesante, universale, esclusivo, basato su scale territoriali sempre più ampie, molto rarefatte seppur destinate all’omologazione, esogeno, corporativo, autoreferenziale e dipendente da fattori esterni e incontrollabili, fortemente stagionalizzato e, infine, risolvibile in un «mordi e fuggi». Il secondo, il turismo dolce, o artigianale, è un turismo estensivo, leggero, relativo, inclusivo, basato su scale territoriali piccole ma dense, endogeno, comunitario, extra-referenziale, destagionalizzato e indipendente da fattori esterni e incontrollabili.

Il turismo dolce, o artigianale, si definisce tale in quanto ha un approccio di curiosità e di scoperta per i territori: non ricerca la mera riproduzione di una visione di montagna data dalla pianura ma ne scova i tratti caratteristici e le mille sfaccettature. È fatto dai singoli e da gruppi di persone, non dalle grandi Spa o multinazionali. Predilige il contatto diretto con l’ospite e lo accoglie mostrandogli che non sempre vi è un camino tirolese ad aspettarlo, ma l’atmosfera appare non di meno calorosa. Non vive solo di turismo ma di attività complementari che ne decretano la polifunzionalità. E soprattutto la sua sostenibilità, ambientale, sociale ed economica, non è mero slogan bensì base per la stessa vitalità del comparto.

In definitiva possiamo dire che il turismo dolce, o artigianale, o lento che dir si voglia, è un’idea di montagna capace di futuro, dolce, leggera e sostenibile. Dolce perché ha un approccio attento alla realtà alpina e a chi ci abita. Leggera nella scelta dei mezzi di trasporto e delle attività, che rinuncia alle grandi infrastrutture impattanti e ai divertimenti rumorosi e inquinanti. Sostenibile per il territorio, per chi lo vive e per chi lo frequenta, dal punto di vista ambientale economico e sociale.

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