La vita delle parole – Confine

Le parole hanno una vita loro; ci rimandano alle persone, ai gesti che compiamo, ma anche alla storia e alla Bibbia.

È un termine tipico di molte scienze umane. In storia e geografia si parla di confini fra Stati, in antropologia di confini dell’identità e in psicoanalisi del confine fra l’«io» e gli altri. I lettori, poi, provino a pensare a quante volte sentono o pronunciano la parola «confine». Si parla di confine fra terra e cielo e fra terra e mare; fra montagna e pianura, fra città e campagna, fra diritto pubblico e privato, fra libertà individuale e collettiva... Il confine  marca la differenza fra due opposizioni.

Invece, la sua etimologia riporta a un altro significato, al cum-finis latino, cioè al solco che traccia l’aratro nella terra, trasformandola. È un gesto antico di cui si è scordato il «con», il fare insieme ad altri umani e alla terra, a sottolinearne la complice cooperatività. Il confine è sempre stato oggetto di lite, perché è la segnatura di un territorio su cui si esercita la giurisdizione di un re, un papa, uno stato-nazione. La società contadina è densa di conflitti di vicinato relativi ai confini (boine in langue d’oc, per un bosco,  un prato, un pascolo, segnate con una pietra, un pilone, una croce di legno).

Nella Bibbia è Dio a dare il confine delle cose: «Non lo sai tu? Non l'hai mai udito? Il Signore è Dio eterno, il creatore degli estremi confini della terra» (Isaia 40, 28); «Egli ha tratto da uno solo tutte le nazioni degli uomini perché abitino su tutta la faccia della terra, avendo determinato le epoche loro assegnate, e i confini della loro abitazione» (Atti 17, 26). Anche il grido umano d’invocazione chiede di oltrepassare il confine, come Iabes che invoca Dio: «Benedicimi, ti prego; allarga i miei confini» (1 Cronache 4, 10).  La fede in Dio rimanda alla piccolezza umana e nello stesso tempo le ridà senso, portandola oltre il suo stesso confine.

 

 

 

 

Interesse geografico: