Yazidi, il genocidio dimenticato

A 4 anni dal drammatico attacco patito per mano dei terroristi islamici, la sitazione di questo popolo medio orientale è ancora drammatica. E con loro quella delle minoranze religiose dell'area, compresa quella cristiana

Sono trascorsi quattro anni dal giorno in cui i combattenti del Daesh, o Isis, in piena espansione territoriale, penetrarono nel territorio del Sinjar, nel nord dell’Iraq, sede della maggioranza degli yazidi nel mondo. Oltre 3000 yazidi morirono e poco meno di 7000 vennero rapiti.

Gli Yazidi sono un’antichissima e per molti aspetti ancora misteriosa popolazione presenti soprattutto nella regione mesopotamica, considerati apostati dai fanatici terroristi dal momento che la loro religione è una sorta di sincretismo nato dal contatto e dalla contaminazione di diverse religioni, compresi il cristianesimo e l’islam.  Questa è una storia che, pur avendo colpito molto emotivamente nei giorni dell’avanzata jihadista, non è mai stata analizzata più di tanto, almeno fino all’anno scorso, quando è uscito il primo libro dedicato a questo tema in Italia, “Il genocidio degli yazidi”, scritto da Simone Zoppellaro, che ci aiuta a tracciare un quadro della situazione.

Ritorniamo a quel 3 agosto del 2014 (quando i combattenti del gruppo terroristico Stato islamico  piegarono con la violenza del regione del Sinjar, nel nord dell’Iraq, sterminando migliaia di persone e abbandonandosi a ogni sorta di violenza): cosa ricorda di quel giorno? Perché ha deciso di occuparsi di quella storia?

Ho avuto l’occasione di incontrare Nadia Murad la più importante rappresentante della comunità yazida, molto coraggiosa: mi ha raccontato di come lei, a differenza di migliaia di altre ragazze ancora in mano allo stato islamico, sia riuscita a fuggire con grandissimo coraggio. Isis non solo ha ucciso un numero ancora imprecisato di persone, ma ha rapito moltissime ragazze a fini sessuali. Lo scorso anno quindi, mentre si parlava dei 100 anni dal genocidio armeno ho visto un nesso, e delle analogie impressionanti fra cosa stavano vivendo gli yazidi con eventi accaduti molto prima. Da qui lo spunto per raccontare queste vicende.

Lei ha scelto il termine “genocidio”, in analogia con quello armeno. È un termine che nella storia è sempre stato utilizzato con molta parsimonia. In questo caso ritiene che si possa utilizzare, sebbene con numeri molto diversi rispetto ad altri genocidi più famosi nella storia?

Genocidio non è una parola della politica, che spesso se ne abusa, ma arriva dalla giurisprudenza, coniata dall’ebreo polacco Raphael Lemkin nel 1944 per identificare un nuovo crimine contro l’umanità, il tentativo volontario di cancellare una popolazione intera e la perdita di immensi patrimoni culturali. Quello che è avvenuto con gli armeni, con gli ebrei. Lemkin  ha inventato un termine che non c’era, per dare nome al tentativo di cancellare dalla faccia della terra un popolo, una cultura. Gli yazidi oggi stanno soffrendo una cosa simile; non lo dico io, ma le Nazioni Unite, che lo definiscono per l’appunto un genocidio ancora in corso.

Lei nella primavera del 2017 è stato nei luoghi in cui gli yazidi si sono rifugiati per sfuggire allo sterminio. Nel frattempo Daesh stava arretrando, e oggi si dice che lo stato islamico a livello territoriale sia quasi irrilevante. Cosa rimane di quella esperienza in quei territori? Dove sono oggi gli yazidi?

I due terzi di questa comunità che viveva nell’area del Sinjar, ancora oggi che i territori sono stati strappati all’isis, sono fuori dalla loro terra. Non tornano per paura, perché grande responsabilità del genocidio è anche colpa della società civile, che ha dato purtroppo una mano, a vali livelli, ai terroristi. Gli yazidi hanno dunque timore di tornare alle loro case per mancanza di fiducia nello Stato e nella società civile. La situazione è ancora drammatica, molti sono in Europa, e centinaia di miglia sono in campi profughi nel Kurdistan iracheno, senza futuro, senza una road map che possa dare speranza. Alle mie domande sul futuro sentivo e vedevo un grande vuoto. A 4 anni dal genocidio subito nessuno si è occupato di loro, i responsabili non sono finiti davanti ai giudici, sono stati lasciati allo sbando.

 Negli ultimi anni si è occupato di genocidi. Lo si fa anche perché dall’esperienza dello sterminio di una popolazione non c’è soltanto il racconto da fare, ma anche la necessità di interrogarci su noi stessi. Un genocidio dice molto anche sulle popolazioni dominatrici. Dal genocidio degli yazidi che cosa avremmo dovuto imparare?

Avremmo dovuto comprendere che la situazione delle minoranze religiose in medio oriente è drammatica. Vale per gli yazidi, ma devastanti sono le situazioni anche dei cristiani. Un territorio che è senza dubbio un luogo da sempre plurale, e che vede questa ricchezza oggi per la prima volta da secoli sul punto del collasso. In pochi decenni potremmo avere territori per la prima volta omogenei da un punto di vista etnico e religioso, con il rischio concreto di perdere così un patrimonio culturale e storico inestimabile. Comprese le nostre radici cristiane.

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