Il leader mondiale dell’Esercito della Salvezza, generale André Cox, ha visitato il nostro paese in occasione delle celebrazioni per i 130 anni della presenza salutista in Italia. Gli abbiamo rivolto alcune domande.

Quali le sfide maggiori dal punto di vista del Comando internazionale di Londra, il quartier generale globale dell’Esercito?

Molte delle sfide che l’Esercito della salvezza si trova oggi ad affrontare sono comuni alle altre chiese cristiane. In Occidente, la sfida maggiore è certamente la secolarizzazione e, soprattutto il materialismo: le persone misurano il loro benessere in base a ciò che posseggono, mentre invece, in un mondo in cui il divario tra ricchi e poveri continua a farsi più profondo e le risorse non bastano per tutti perché divisi iniquamente, c’è bisogno non di possesso ma di condivisione. Il 75% dei salutisti vive nel sud del mondo: l’estrema povertà, la corruzione, le carestie e le inondazioni che affamano intere aree dell’Africa o dell’Asia sono tra le nostre priorità. In tutto questo siamo rimasti fedeli alla missione originaria dell’EdS: predicare il vangelo e servire gli ultimi. Non siamo certamente la chiesa più grande del mondo, ma siamo certamente uno dei più grandi eserciti per numeri, circa 2 milioni di salutisti, e per presenza territoriale in 128 nazioni. Ai salutisti di tutto il mondo non chiediamo di essere i membri di una chiesa, ma dei soldati capaci di mobilitarsi sul campo.

Una delle questioni che impegnano moltissimo le chiese e dividono l’opinione pubblica, sia in Italia sia altrove nel mondo, è quella dei migranti. Ci sono spinte all’accoglienza ma anche al respingimento attraverso l’innalzamento di muri. Qual è la sua opinione?

Devo prima di tutto riconoscere che l’Italia è davvero in prima linea rispetto all’arrivo di profughi dal nordafrica. I numeri dei profughi nel mondo intero è senza precedenti, almeno a partire dal la fine della Seconda Guerra mondiale. Capisco che la gente in molte nazioni si senta sopraffatta e si faccia prendere dalla paura. L’EdS non entra nelle questioni politiche, nel decidere chi ha il diritto di rimanere in Europa e chi no. Abbiamo però una responsabilità morale all’aiuto e all’incontro, dalla quale non possiamo tirarci indietro. La realtà è che la grande maggioranza delle persone in fuga non ha altra alternativa che lasciare il proprio paese. Dobbiamo mantenere viva la dimensione umana di questa questione, perché in troppi tendono invece a deumanizzarla considerando i profughi solo un problema – economico, di ordine pubblico, di infiltrazione religiosa e culturale. Sono preoccupato nel sentire che alcune nazioni vogliono essere “nuovamente grandi” e pensano di raggiungere questo scopo costruendo muri; pensano di aumentare il loro benessere erigendo barriere contro gli altri. La vera grandezza in ogni nazione consiste nel modo in cui mostra di sapersi prendere cura dei più vulnerabili.

Tra le priorità del suo mandato di generale dell’EdS, lei ha lanciato il Movimento di responsabilità e affidabilità (Accountability Movement), inteso come un percorso di rinnovamento dell’Esercito della Salvezza. Di cosa si tratta?

E’ un progetto che riguarda diversi ambiti in cui la questione dell’affidabilità è prioritaria. Innanzitutto, affidabilità nel modo in cui gestiamo il denaro. Se guardiamo alla nostra operatività nel mondo, in 128 nazioni diverse dove gestiamo ospedali, scuole, opere sociali e sosteniamo i progetti più diversi, è evidente che l’Esercito della salvezza è una organizzazione che gestisce miliardi di dollari. Soldi che non sono nostri ma ci vengono affidati da autorità pubbliche, donatori, fondazioni. Dobbiamo quindi avere degli standard di controllo molto alti, coerenti con i nostri scopi che sono quelli di un’organizzazione cristiana. In ogni caso, non è solo nell’ambito finanziario che dobbiamo mettere alla prova la nostra affidabilità. Dobbiamo essere affidabili anche nel modo in cui ci relazioniamo con le persone. Nella nostra predicazione dell’evangelo e nel nostro servizio di aiuto dobbiamo, per esempio, essere sicuri di non discriminare nessuno. Così come dobbiamo offrire luoghi sicuri e protetti ai 2,6 milioni di bambini che nel mondo sono coinvolti in programmi dell’Eds. Sappiamo bene tutti quanti che le chiese non hanno sempre agito bene nella protezione delle persone più vulnerabili, e certamente l’Eds non fa eccezione. La nostra affidabilità sid eve vedere nel modo in cui offriamo spazi sicuri e privi di discriminazioni alle persone più vulnerabili – siano essi minori o malati o persone con problemi mentali.

Cosa ha significato per lei essere presente alle celebrazioni dei 130 anni di presenza dell’EdS in Italia?

E’ per me e per mia moglie [la commissaria Silvia Cox], una gioia partecipare a questa ricorrenza. L’Eds in Italia è certamente una piccola realtà che però rispecchia la missione originaria del movimento. Apprezzo moltissimo il lavoro che i salutisti italiani svolgono con i migranti, gli homeless, le donne vittime della tratta e costrette a praticare la prostituzione. Trovo significativo che una piccola realtà sia in grado di allacciare significative partenership ecumeniche, con i servizi sociali, le istituzioni locali. E’ lavorando in rete con altri che possiamo costruire un mondo più giusto.

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