Partire dalla formazione per contrastare la violenza sulle donne

Presentato il nuovo numero de “I quaderni della Diaconia” sabato 20 agosto, durante l'ottava edizione di “Frontiere diaconali”

Le chiese sono da tempo in prima fila nello sforzo di contrastare il dramma dei femminicidi e della violenza contro le donne, a cui è dedicato anche il nuovo numero de “I quaderni della Diaconia”, presentato sabato 20 agosto nel tempio valdese di Torre Pellice. La discussione sul tema è stata il cuore dell'ottava edizione di “Frontiere diaconali”, il consueto appuntamento presinodale, che quest'anno è stato l'occasione per raccontare in che cosa consiste il progetto del Coordinamento Opere Valli (Cov) «#Mi fido di te», proposto da Paola Paschetto, responsabile del progetto e progettista, Alessandra Mattiola, counsellor, e Anna Giampiccoli, attrice e regista, e testimoniare al contempo il lavoro svolto con le vittime della tratta dall'associazione «Pellegrino della Terra», attraverso le parole della coordinatrice Graziella Scalzo.

A introdurre l'incontro la vicepresidente della Diaconia valdese Victoria Munsey e la pastora Maria Bonafede, che hanno ribadito l'importanza di continuare una riflessione che nasce dal pensiero femminista e coinvolge tutti, uomini e donne. «E' necessario un cambiamento culturale – ha sottolineato la pastora Bonafede – che parta dalla consapevolezza che come chiese siamo responsabili di un'ideologia secolare che ha avallato un sistema che vede le donne subordinate all'uomo. Dobbiamo rileggere la Bibbia cercando delle chiavi che sottraggano le donne alla sottomissione e alla sopraffazione». «Gesù in questo senso si è comportato in maniera trasgressiva rispetto al suo tempo e alla tradizione», ha ricordato Bonafede, citando fra gli altri il dialogo con la samaritana e la reazione di fronte alla donna adultera.

Per ricostruire un discorso di rispetto fra i generi, è fondamentale concentrarsi sulla formazione e quindi partire dalle scuole: è la convinzione che ha mosso le ideatrici di “Mi fido di te”, che hanno portato in classe un progetto composito, che utilizza il linguaggio della musica, del cinema e del teatro per arrivare subito al cuore delle emozioni, anche conflittuali, che il tema indubbiamente suscita. «Fare interpretare dei ruoli difficili, come quelli dei maschi che esercitano violenza, mira a smuovere i sentimenti dei ragazzi rendendoli anche in grado di fare un lavoro su se stessi», ha spiegato Anna Giampiccoli. «Non abbiamo voluto impostare una lezione frontale ma abbiamo stimolato gli studenti a mettersi in movimento per un ascolto attivo e non passivo», ha specificato Paola Paschetto. «Vorremmo che fossero i giovani a insegnare a noi che il cambiamento è possibile», ha aggiunto. Il progetto vuole uscire dalla polarizzazione “buoni” e “cattivi” e finora ha coinvolto ragazzi e ragazze delle superiori ma ora entrerà anche nelle classi delle scuole medie inferiori.

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