Ecuador, di fronte all’emergenza senza smettere di guardare lontano

Il numero di vittime del terremoto che sabato scorso ha colpito la zona di Portoviejo continua a salire, mentre un nuovo sisma ha colpito la costa del Paese. Rispondere a un disastro umanitario prima che degeneri è la prima delle necessità

Le ultime stime delle vittime del terremoto che sabato scorso ha colpito la costa settentrionale dell’Ecuador parlano di 525 vittime, mentre è molto più complesso definire il numero di dispersi, la cui cifra oscilla tra i 231 e gli oltre 1.700. Nella giornata di ieri i soccorritori hanno tratto in salvo altre quattro persone, e ogni ora persone ancora vive emergono dai mucchi di mattoni e cemento sparsi un po' ovunque nei centri abitati, ma il timore è che, soprattutto, si trovino ancora i corpi senza vita di altri abitanti dell’area compresa tra Pedernales, Portoviejo, Tarqui, in quella che il presidente ecuadoriano Rafael Correa ha definito «la più grande tragedia degli ultimi 67 anni, solo superata dal terremoto di Ambato, il 5 agosto del 1949», nel quale morirono più di 5mila persone. Diversi Paesi in questi ultimi giorni hanno offerto collaborazione al governo per contibuire alla ricerca dei dispersi, mentre sono stati mobilitati localmente oltre 10.000 militari e circa 5.000 volontari.

«Speriamo che il bilancio delle vittime si fermi a quanto detto – racconta Sabina Morosini, responsabile dell’area America Latina di Oxfam Italia – , però non possiamo esserne certi: ci sono tantissime aree che non sono ancora state raggiunte dai soccorsi, le strade sono state molto danneggiate e molti posti sono isolati». Proprio Oxfam, come spesso è successo negli ultimi anni, è stata tra le prime ong ad attivare delle squadre.

Intanto, questa mattina un sisma di magnitudo 6,1 ha colpito la costa del paese, circa 70 km a sud-ovest della città di Esmeraldas, e questo non fa che aggiungere emergenza a quella già presente.

Al di là della conta delle vittime è possibile stimare quante siano le persone interessate dal sisma, per esempio in termini di problemi di accesso all'acqua, al cibo, alle proprie abitazioni?

«È difficile, perché come in tutte le situazioni di emergenza, per avere un quadro preciso ci vogliono testimonianze ed è necessario andare a verificare lo stato delle infrastrutture. Si parla comunque più o meno di 150.000 persone che vivono in cittadine che hanno subito danni ingenti, e questo significa principalmente difficoltà nell'accesso all'acqua e al cibo».

A questo punto che cosa si è attivato, sia da parte dello Stato sia da parte della cooperazione internazionale? Cosa succederà?

«Per quanto riguarda il governo c'è un centro operativo di emergenza, che è proprio l'organo preposto per dare una risposta all'emergenza. Il governo ha già inviato e mobilitato più di 10.000 soldati e quasi 5.000 volontari, per cui è partita una macchina di aiuto governativa di un certo peso. Per quanto riguarda Oxfam, invece, abbiamo attivato un team di esperti, di cui alcuni già in loco oppure in paesi limitrofi come il Perù o il Paraguay, e con loro abbiamo realizzato rapidamente uno studio di quelle che sono le necessità principali della popolazione. A quel punto abbiamo risposto in collaborazione con il governo e con tutte le varie organizzazioni di aiuti umanitari per cercare di coordinare subito un piano di risposta alle esigenze maggiori delle popolazioni colpite».

Quali sono le necessità principali?

«Secondo le nostre linee di azione c'è prima di tutto il problema idrico, e quindi tutto quello che riguarda la consegna per esempio di kit igienico–sanitari e la costruzione di latrine. Uno dei nostri settori principali è proprio l'acqua, che è un elemento fondamentale a cui pensare dopo questo tipo di emergenza, perché c'è sempre un forte rischio di epidemie, per cui l'accesso all'acqua potabile e alle latrine è fondamentale. Oltre a questo, come Oxfam ci occupiamo anche del settore cibo. Molto spesso provvediamo a consegnare razioni alimentari oppure, se ci sono le condizioni, preferiamo distribuire dei buoni spesa alle popolazioni perché vadano a fornirsi di cibo nei centri ancora attivi, anche per iniziare sin da subito a far riprendere l'economia locale».

Escludendo casi limite come quello di Haiti del 2011, una tragedia quasi senza pari, quanti anni possono essere necessari prima di tornare alla normalità in disastri come questo?

«Normalmente si devono calcolare cinque anni, perché bisogna pensare a un piano di ricostruzione di case, di centri servizi, di strade. Non basta ricostruire le strutture crollate o danneggiate, ma è necessario anche, per esempio, ricreare tutto il ciclo agricolo, quindi capire quali sono stati anche i danni nelle campagne, riuscire a riattivare le vie per trasportare i raccolti ai mercati, e sono tutti danni a cui bisogna rispondere tenendo presente dei tempi abbastanza ampi.

Purtroppo la situazione a cui assistiamo lavorando in queste emergenze è che il tempo dell'attenzione, o comunque dell'interessamento, dell'opinione pubblica, è ormai molto ristretto e concentrato sui primi giorni, mentre questi sono cambiamenti profondi che colpiscono questi paesi e colpiscono la vita quotidiana di centinaia di migliaia di persone a cui bisogna rispondere non solo ora con l'emergenza, ma poi con altri progetti che possano aiutarli anche nella ricostruzione delle loro economie. Bisogna intervenire con una visione a lungo termine, non solo focalizzata alle emergenze immediate».

Oxfam ha avviato una campagna per sostenere gli sforzi nei confronti della popolazione vittima del terremoto in Ecuador: http://donazioni.oxfamitalia.org/terremoto-ecuador.html

Foto: By Agencia de Noticias ANDES - TERREMOTO CANTÓN PEDERNALES, CC BY-SA 2.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=48265141

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