L’omofobia nascosta

A una settimana dalla discussione del ddl Cirinnà, emergono i non detti e le contraddizioni di un Paese che si arena sui diritti civili

Ci risiamo. Ancora una volta ci tocca scendere in piazza per sostenere diritti civili che vorremmo dare per scontato, perché ribaditi da sentenze e raccomandazioni europee, e soprattutto perché conformi al più elementare senso di umanità. Stiamo parlando del ddl Cirinnà sulle unioni civili, ennesimo tentativo di rendere giustizia alle coppie che non si possono sposare e che chiedono almeno che il loro desiderio di stare insieme sia riconosciuto e tutelato dalla legge. Niente di più normale, appunto, se non fosse che stiamo parlando (anche e soprattutto) di gay. E qui emerge – negato e rimosso dagli stessi parlamentari che in questo momento si agitano nel tentativo di elucubrare emendamenti a una legge già smussata e levigata al massimo – lo stigma sessuale, la pietra d’inciampo su cui cadono in tanti in Italia, e non certo soltanto cattolici. Forse non è un caso che proprio l’Italia sia tra i Paesi con il più alto tasso di discriminazione in Europa in termini di politiche dei diritti Lgbt e che il 73% delle persone omosessuali e transgender dichiari di essere stata vittima di discriminazione; e ancora che l’omosessualità si annoveri tra le principali cause di aggressioni e discriminazioni, seconda solo al razzismo (dati Europe Annual Review 2013, Ilga Europe).

E così, dopo il classico “non sono razzista ma”, ecco emergere un altro classico del doroteismo italiano: il “non sono omofobo, ma”, che ha già fatto naufragare i precedenti tentativi di eliminare le disparità fra unioni etero e omosessuali. Dai Pacs ai Dico, il nostro Paese è lastricato di fallimenti sul fronte della parità dei diritti.

Per non parlare dei bambini: le polemiche sollevate sulla stepchild adoption sono un segno di come la genitorialità dei gay sia un tabù, anche se persino la Corte europea dei diritti umani, trattando questioni relative alle adozioni, ha affermato che due omosessuali possono svolgere il ruolo di genitori nell’interesse del figlio, né più né meno di una coppia eterosessuale. Si è dovuto sollevare lo spauracchio della gestazione surrogata per cercare di affondare una norma che prevede anche per i gay la possibilità di adottare il figlio del proprio partner, sempre nell’interesse del bambino, che in caso di morte del genitore biologico o di separazione non si vedrebbe così potenzialmente negata la relazione con l’altra persona che l’ha cresciuto, accudito, amato.

In Europa siamo gli ultimi a chiudere occhi, orecchi e bocca come le tre scimmie di fronte a una realtà sociale che parla di famiglie miste, allargate, arcobaleno, con un’ostinazione bipartisan che lascia allibiti: infatti solo i paesi ex sovietici e l'Italia sostanzialmente vietano o non normano la questione dei diritti delle coppie dello stesso sesso. Ma almeno loro lo dicono che sono contro, noi no. Noi non abbiamo niente contro, al massimo “i problemi sono ben altri”. Non abbiamo niente contro, però ci scandalizziamo per il bullismo e il sessismo a scuola, o per gli insulti machisti e omofobi su un campo di calcio. Ma l’immaginario collettivo è il riflesso dell’impegno (o del disimpegno) delle istituzioni: chiama froci i gay anche perché li vede discriminati nei fatti. Le disuguaglianze e i razzismi si nutrono dell’indifferenza e delle (mancate) prese di posizione politica.

Siamo un Paese fatto così, bravino a enunciare principi, bravissimo a tirarsi indietro quando si tratta di metterli in pratica con leggi, disposizioni, riforme. Allora anche rispolverare la Costituzione (peraltro disattesa per cento altri principi) per affermare che il matrimonio riguarda soltanto un uomo e una donna, può tornare utile. E così, mentre si cavilla su un ddl e si pensa a “ben altro”, il 30 gennaio a Roma sarà convocato il “Family Day”, con il sostegno delle gerarchie cattoliche e l’entusiasmo delle Sentinelle in piedi, per ribadire che l’unica famiglia accettabile è quella tradizionale. Le altre non hanno cittadinanza. Il terreno è stato ben preparato con anni di propaganda sulla fantomatica “ideologia gender” che si infilerebbe nelle scuole per pervertire i bambini, con l’erosione progressiva e inesorabile dei fondi per i consultori e i centri antiviolenza, con l’avallo silenzioso dei movimenti contro la 194, che trova ormai in Italia sempre più difficile applicazione. Abbiamo lasciato fare, abbiamo detto troppo poco, ed eccoci qui.

Sabato saranno ben 70 le piazze italiane ad ospitare manifestazioni in difesa di un disegno di legge che tenta di avvicinare con grande ritardo l'Italia al resto dell'Europa centroccidentale: le chiese valdesi di Parma e di Palermo sono state le prime ad aderire ufficialmente, altre probabilmente seguiranno. Speriamo sia anche un’occasione per smascherare i nostri pregiudizi e renderci capaci di una solidarietà chiara, che renda finalmente giustizia a chi ancora è costretto a vivere come un cittadino o una cittadina di serie b.

Foto: "Protestors at a pride parade in Jerusalem with sign that reads, "Homo sex is immoral (Lev. 18-22)"" di Benj - Flickr. Con licenza CC BY 2.0 tramite Wikimedia Commons.

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