Sulle unioni civili è ora di cambiare passo

La sentenza della Corte europea dei diritti umani ricorda alla politica italiana che il riconoscimento dei diritti per le coppie di persone dello stesso sesso non è rinviabile, neppure a destra

Martedì 21 luglio la Corte europea dei diritti umani, che ha sede a Strasburgo, ha condannato l’Italia per aver violato i diritti delle persone omosessuali e ha stabilito che il nostro paese dovrà introdurre il riconoscimento legale per le coppie di individui dello stesso sesso. Secondo questa sentenza, l’Italia ha violato l’articolo 8 della Convenzione europea dei diritti umani sul diritto al rispetto per la vita privata e familiare.

In una nota emessa in allegato alla sentenza, si legge che «la corte ha considerato che la tutela legale attualmente disponibile in Italia per le coppie omosessuali non solo fallisce nel provvedere ai bisogni chiave di una coppia impegnata in una relazione stabile, ma non è nemmeno sufficientemente affidabile».

La decisione presa a Strasburgo non accelera in sé il percorso dell’Italia verso una legge sulle unioni civili, né costringe il nostro paese a dotarsi di una legge che apra al matrimonio tra persone dello stesso sesso, ma aiuta a comprendere quanto il diritto di avere una tutela paritaria per tutte le persone che stabiliscono relazioni affettive sia un'urgenza non più rimandabile.

Il caso era stato sollevato da tre coppie omosessuali guidate da Enrico Oliari, presidente e fondatore dell’associazione GayLib, che avevano fatto ricorso a Strasburgo contro l’impossibilità di vedersi riconoscere l’unione nel proprio paese. Proviamo a ricostruire questa storia proprio con Enrico Oliari, uno dei protagonisti.

«È iniziata otto anni fa, quando io con il mio compagno, a fronte di una battaglia di affermazione civile che allora facevamo con altre associazioni, come Certi Diritti e Rete Lenford, ci eravamo semplicemente recati all'anagrafe per chiedere le pubblicazioni matrimoniali. Dopo una serie di passaggi di competenza e tra mille imbarazzi, il comune di Trento ci rilasciò un diniego scritto, che è obbligatorio per legge, e con questo ci siamo recati in tribunale. Al primo grado abbiamo perso e siamo andati in appello. Qui è stato ravvisato quello che noi sostenevamo, cioè che in nessuna parte della Costituzione sta scritto che il matrimonio sia solo tra uomo e donna, per cui la cosa è stata rinviata alla Corte costituzionale, dove siamo arrivati nel 2010. La Consulta, con la sentenza 138, ha stabilito che il ricorso non poteva essere accettato, ma che il Parlamento avrebbe dovuto legiferare in materia quanto prima per colmare un vuoto legislativo. Tuttavia, visto che il Parlamento non l'ha mai fatto, abbiamo deciso di andare avanti e di rivolgerci alla Cedu, la Corte europea per i diritti dell'uomo, dove finalmente abbiamo avuto giustizia».

Una storia durata otto anni che possiamo considerare al tempo stesso una vittoria e una sconfitta. La vittoria è la vostra, come coppia e come attivisti. Come l'avete vissuta?

«L'abbiamo accolta in effetti su diversi profili: prima di tutto su quello personale. Io infatti sono impegnato in questo tipo di lotta dal 1994, per cui dopo 21 anni ho ottenuto un risultato che mi ha ripagato di tante fatiche. C'è poi ovviamente una vittoria in quanto coppia, una grande soddisfazione, che ci dà la speranza che i diritti e i doveri della nostra coppia e di tutte le altre coppie possano essere prima o poi garantiti. Infine, un terzo profilo è quello della battaglia fatta per tutta la comunità Glbt italiana, che è l'unica in Europa occidentale che non vede riconosciute le proprie unioni. Questa è una cosa grave, anche perché ci porta a situazioni assurde: due persone dello stesso sesso possono essere sposate per esempio in Spagna, oppure unite civilmente con la Lebenspartnerschaft in Germania, ma nel momento in cui arrivano in Italia sono semplicemente due buoni amici che vivono insieme. Ecco, questa non è Unione europea».

Una vittoria e una sconfitta. La sconfitta è quella dell'Italia, che riceve una condanna e un impulso ad accelerare. Ma nella sconfitta ce n’è un’altra: l'accelerazione promessa, infatti, si è già tradotta in una nuova frenata che allungherà ulteriormente i tempi. Le resistenze continuano ad essere significative, ma secondo lei si arriverà almeno a questa legge, che è comunque un compromesso?

«Prima di tutto, secondo me non si tratta di un grande compromesso, perché così com'è proposta la legge Cirinnà, se non viene tagliata, rimodellata, riscritta, allora è un buon compromesso, che può essere anche accettabile e servire da base di partenza per le altre lotte.

Però c'è un punto importante: se questa legge dovesse accogliere le modifiche proposte dal Nuovo Centrodestra, che è forza di maggioranza, in quel caso lì la differenza sarebbe sostanziale, e diventerebbe una legge inaccettabile.

Perché dico questo? Perché il Nuovo Centrodestra vuole cancellare il riconoscimento pubblico e sostituirlo con quello privato, ed è una differenza enorme.

Il riconoscimento pubblico è quello per cui non hai un matrimonio paritario, cosa comunque prevista anche dalla Corte europea per i diritti dell'uomo, che ha stabilito che ogni paese è libero di legiferare in questo senso, ma hai comunque accesso a diritti pubblici, che sono più forti e solidi di quelli privati. Succede però che il Nuovo Centrodestra stia proponendo di riconoscere dei diritti privati e privatistici tra persone che compongono la coppia. Questo non può stare in piedi, prima di tutto perché sarebbe un caso anomalo in un quadro europeo, ma superati ormai da paesi che abbiamo sempre considerato del terzo mondo, come molti nelle Americhe. Addirittura se ne sta discutendo a Cuba. Ecco, in una situazione del genere, se il Nuovo Centrodestra riesce ad ottenere il diritto privatistico, apre la porta a nuovi ricorsi e a nuovi giri nei tribunali».

Lei è fondatore di GayLib, l'associazione delle persone gay e transessuali liberaldemocratiche e di centrodestra. Come si vive l'opposizione interna alla propria area politica?

«C'è sempre stata: noi siamo nati per compiere un'opera di pressing all'interno della nostra area politica, sia perché è necessario fare in modo che davanti alle leggi etiche si arrivi a un voto il più possibile ampio e transpartitico, sia perché volevamo dare una casa alle tante persone omosessuali di centrodestra che ci sono. Non è vero che l'omosessualità è una cosa di sinistra: è un'anomalia tutta italiana, perché in realtà l'omosessualità non ha partito, non ha colore. Se guardiamo agli esempi di altri paesi dell'Unione europea vediamo che le unioni civili sono state promosse nel Regno Unito dal conservatore Cameron e in Germania dalla conservatrice Merkel. Questo ci insegna che certe battaglie sono transpartitiche, condotte anche dal centrodestra. A proposito di omosessualità, più da una parte si dice “è roba nostra”, più dall'altra si dice “è roba vostra”».

Come si risponde da destra all'affermazione per cui le unioni omosessuali andrebbero a danneggiare la famiglia tradizionale?

«La famiglia tradizionale è danneggiata da ben altre cose, e di questo è responsabile la stessa classe politica: la famiglia tradizionale è danneggiata dal costo della vita, dal fatto che per mandare un figlio all'università sia necessario fare un mutuo, dal costo della casa, dal fatto che i coniugi devono lavorare tutti e due per arrivare alla fine del mese e quindi si fa fatica a stare dietro ai figli. Ecco, la famiglia italiana è minacciata da queste cose, non dai gay, anche perché riconoscendo un diritto non se ne nega un altro».

Foto "European Court of Human Rights- Av. de l'Europe" by CherryX per Wikimedia Commons. Licensed under CC BY-SA 3.0 via Wikimedia Commons.

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