Ucraina, la quotidianità sospesa

L’intervista a Dariia Zhukovska di Leopoli, membro del comitato esecutivo dell’European Methodist Council e recente ospite al Sinodo delle chiese metodiste e valdesi

 

“Pianificare rimane estremamente difficile, specialmente a lungo termine. L’ho avvertito chiaramente quando, in qualità di membro del Consiglio metodista europeo, ho dovuto inserire in agenda degli incontri previsti per il 2028. Un compito all’apparenza semplice ha suscitato in me disagio e timore: come potevo promettere la mia presenza, senza sapere se sarei stata ancora in vita? Accanto alla paura della morte, è emerso il timore di deludere gli altri.” 

 

Voce di questa realtà è Dariia Zhukovska, cresciuta a Lviv (Leopoli). Oltre ad essere parte integrante della St. John’s United Methodist Church e leader nel ministero studentesco “Youth to Jesus” in Ucraina, Zhukovska è membro del comitato esecutivo dell’European Methodist Council. 

Abbiamo approfondito la sua storia dopo averla incontrata prima al programma di formazione online sulla costruzione della pace (Peacebuilding Online Learning Programme), promosso dal Consiglio Metodista Mondiale (World Methodist Council) e, successivamente, come ospite internazionale al Sinodo delle chiese metodiste e valdesi in Italia.

 

Partendo dalle riflessioni emerse sulla quotidianità a Leopoli e considerando lo studio su Scientific Reports (Nature) di Piotr Długosz e Liudmyla Yuzva, secondo cui il 56% dei rifugiati ucraini mostra sintomi evidenti di depressione maggiore e il 45% è colpito da disturbi d’ansia generalizzata, le abbiamo posto alcune domande. 

“Oggi partecipo a eventi che, in passato, mi spaventava persino programmare. Questo aiuta, almeno un po’. Così, continuo a segnare incontri in agenda e a prendere impegni. Ma dietro questi gesti quotidiani resta l’incertezza che la guerra ha insinuato anche nelle decisioni più semplici riguardanti il futuro”, ha raccontato Zhukovska. 

 

Per chi vive in uno stato di guerra costante e di tensione perenne, cosa si prova ogni volta che si attraversa il confine uscendo dall’Ucraina?  

I brevi viaggi all’estero mi permettono di riposare fisicamente, anche se la tensione interiore non scompare mai del tutto. Sono grata di poter dormire tutta la notte. Mi sento particolarmente grata quando vedo le notifiche degli attacchi sulla mia città e mi rendo conto di essere in un posto sicuro. 

Trovo ispirazione anche nel trascorrere del tempo con persone la cui vita non è segnata dalla guerra. Condividere la loro pacifica quotidianità, anche se per poco, mi aiuta a riconnettermi con un senso di vita normale.  

A volte le persone esitano a raccontarmi gioie e progetti, come se condividere le cose belle fosse inappropriato mentre l’Ucraina è in guerra. Ma io voglio ascoltarle. Le loro storie, e la possibilità di condividere la loro felicità, mi donano pace e ispirazione. 

 

Quali sono gli effetti a lungo termine sulla salute psicofisica che riscontri maggiormente all’interno della tua comunità e attraverso i racconti di chi ha lasciato il Paese? 

Ciò che noto maggiormente è l’esaurimento accumulato: gli attacchi continui, il sonno interrotto e la tensione sono logoranti. Alcune persone che conosco assumono antidepressivi; io stessa li ho presi per un periodo. 

Un’altra reazione evidente è l’umorismo nero. Persino i messaggi su minacce terrificanti possono trasformarsi rapidamente in ‘meme’. Lo vedo come un modo per sopportare la nostra realtà. 

Sento anche una crescente distanza tra le esperienze di chi è rimasto in Ucraina e di chi vive all’estero. Anche le visite brevi non possono offrire la stessa esperienza di chi ha vissuto anni di guerra. Allo stesso modo, io non posso comprendere appieno le difficoltà dell’emigrazione.  

Non è una gara a chi soffre di più, ma è sempre più difficile parlare di ciò che abbiamo vissuto e capirsi a vicenda. 

Esistono differenze nel modo in cui i giovani, gli anziani o gli sfollati interni affrontano il profondo peso emotivo del conflitto in corso? 

Credo di sì, anche se l’esperienza di ognuno è individuale. Gli sfollati interni hanno spesso perso la casa, i propri cari e tutto ciò che avevano costruito in una vita intera. Conosco storie di persone che hanno dovuto seppellire i propri parenti in giardino prima di andarsene. Vedere la propria città natale e la propria casa distrutte, o rimaste sotto occupazione, aggiunge ulteriore dolore. 

Per le persone più anziane, le difficoltà economiche spesso intensificano il carico emotivo. I prezzi aumentano e le pensioni non coprono i loro bisogni. 

I giovani si adattano più rapidamente e parlano più apertamente di salute mentale. Spesso per loro è più facile riconoscere di aver bisogno di aiuto e cercarlo. Per alcune persone più anziane, chiedere comporta ancora un senso di vergogna. Questo non significa che i giovani abbiano la vita più facile; sono i loro modi di reagire ad essere differenti. 

 

Dall’inizio del conflitto, hai notato dei cambiamenti nella tolleranza e nella solidarietà dell’opinione pubblica internazionale nei confronti dei rifugiati ucraini? 

Sì, in un certo senso. A volte ho la sensazione che gli ucraini siano percepiti come destinatari di troppi aiuti, che la gente sia stanca della nostra guerra o creda che sia finita e che tutti debbano tornare a casa. Penso che la scarsa consapevolezza e la disinformazione giochino un ruolo importante e che i contributi degli ucraini nei paesi ospitanti vengano spesso ignorati. 

Viaggiando negli Stati Uniti — non come rifugiata — avverto calore e sostegno da parte delle comunità locali e delle chiese.  Al confine polacco, invece, ho incontrato ripetutamente delle ostilità. Questa esperienza personale rende emotivamente ancora più difficile un viaggio che è già faticoso di per sé.  

Ci sono poi incertezze molto concrete: gli attacchi nelle zone di frontiera dell’Ucraina, i valichi che chiudono durante gli allarmi aerei e gli attacchi dei droni contro i treni, che costringono i passeggeri a evacuare. Chi viaggia verso l’estero affronta il pericolo già durante il tragitto. Per questo motivo, pianifico sempre di attraversare il confine almeno un giorno prima della coincidenza con il treno o con il volo.  

Quali sono i reali bisogni delle persone in questo momento?  Le risorse o le iniziative delle chiese europee e partner riescono a soddisfarli? 

Credo che il supporto debba partire dalle comunità locali: costruire relazioni di gemellaggio tra chiese, ascoltare e rispondere direttamente ad esigenze specifiche. Questo aiuta le chiese partner a far corrispondere il loro sostegno alla vita reale delle persone.  

Ad esempio, il ministero ‘Youth to Jesus’ della nostra chiesa sostiene i giovani, ne nutre la fede cristiana e forma giovani leader. Altre congregazioni hanno i propri ministeri che necessitano altrettanto di risorse. 

 In tempo di guerra, soprattutto d’inverno, l’elettricità alternativa e l’accesso ad acqua e comunicazioni sono vitali per continuare a vivere e lavorare durante i blackout. Servono poi preghiere per i nostri soldati, per le persone che serviamo e per la protezione delle nostre città. È importante che il sostegno internazionale aiuti l’Ucraina ad ottenere i mezzi per difendersi dagli attacchi aerei. 

 

In un contesto così complesso, c’è mai il rischio che rispondere a un bisogno umano immediato o a una situazione di emergenza venga visto dalle chiese come un’interferenza nelle dinamiche del conflitto? 

Personalmente, non vedo alcun motivo per cui questa preoccupazione debba frenare le chiese dal prestare aiuto. Naturalmente, chi fornisce assistenza e le sue intenzioni contano. Ma il desiderio sincero di sostenere qualcuno o di salvare una vita in un’emergenza è, per me, una naturale espressione del servizio cristiano. 

Un simile aiuto può cambiare la vita di qualcuno: offrire un rifugio, calore, cibo o la possibilità di sopravvivere a un altro attacco. Non credo che le chiese debbano evitare questo per paura di essere accusate di interferenza.

Allo stesso tempo, l’aiuto umanitario non cancella la responsabilità della Russia nella guerra e negli attacchi contro i civili e le infrastrutture civili. Aiuta le persone a sopravvivere alle conseguenze, ma di per sé non può fermare i bombardamenti. Sostenere le persone colpite è essenziale, così come lo è adoperarsi per porre fine alle loro sofferenze. 

 

 

Da Nev – Notizie Evangeliche

 

 

Foto per gentile concessione di Dariia Zhukovska