Adolescenti, bene comune

A Firenze il convegno della Diaconia valdese ha riunito operatori per ragionare sulle sfide della genitorialità

 

«Cambiano i modelli familiari, cambia il mondo del lavoro, cambia insomma tutta la società. Possiamo continuare a usare idee di genitorialità immutate nel tempo di fronte a tutte queste novità?» è la domanda che ha posto il professor Stefano Ciccone, sociologo dell’università Tor Vergata di Roma e referente dell’associazione “Maschile Plurale”; domanda che in qualche modo riassume il senso del convegno che la Diaconia valdese fiorentina ha voluto organizzare per proseguire il percorso di ragionamento, avviato oramai da anni, su modelli familiari e criticità (e potenzialità) connesse.

 

“Per una genitorialità consapevole” è il titolo dell’incontro che ha riunito un centinaio di operatori del settore ieri martedì 3 a Firenze. «Proprio l’aggettivo consapevole deve essere il focus della nostra attenzione» ha sottolineato Rosa Barone, presidente del Consiglio regionale della Toscana dell’Ordine degli assistenti sociali. «Ci vengono proposti dalla politica modelli di famiglia – ha proseguito Barone – che non esistono più, e che è bene che non esistano più. Modelli patriarcali fondati su prestazione e successo. Dobbiamo cambiare la narrazione e dobbiamo contribuire a crearne nuovi. Parliamo di modelli ma abbiamo famiglie che non arrivano a fine mese. Con che sguardo i genitori possono guardare i loro figli in una società che mostra stili inarrivabili? Cosa dobbiamo dire ai genitori che hanno provato a educare qui dei figli e oggi si trovano a vederli definiti “maranza”? Cosa facciamo? Li lasciamo soli o cerchiamo di parlare di migrazioni non in termini di sola sicurezza, ma di integrazione? Abbiamo discussioni surreali e fuori dal mondo su questo tema, siamo sicuri che sia solo responsabilità di questi genitori?».

 

Il ruolo degli assistenti sociali è quindi fondamentale per provare a gestire le criticità, ma viene spesso bistrattato, «per poi urlare a gran voce – ha concluso Barone -, di fronte a episodi magari di violenza giovanile: “Dove erano coloro che avrebbero dovuto vigilare?”. Si tratta di un cortocircuito che va aggiustato.  È una fatica che dobbiamo sentire, comprenderla e non subirla, altrimenti succede che vengano affidati corsi su nuovi modelli di genitorialità a chiunque».

 

Il riferimento è certamente a Catherine Birmingham, la madre della cosiddetta “famiglia nel bosco”, recentemente contrattualizzata dall’Istituto Nazionale di Pedagogia Familiare in qualità di docente e relatrice di “testimonianza esperienziale” all’interno del “Corso di perfezionamento in Intelligenza Naturale”, qualunque cosa ciò voglia significare. Lei che i figli a scuola non li mandava.

 

«Noi oggi, con tendenza autoritaria, diciamo due cose contemporaneamente ai nostri ragazzi – ha raccontato ancora Ciccone- : diciamo loro che fino a 16-18 anni non possono ascoltare a scuola informazioni su modelli di genere e educazione affettiva, ma li riteniamo abbastanza grandi per andare in galere per dei disordini di strada.

Abbiamo spesso nostalgia di un ordine, o presunto tale, che non esiste più, se mai è esistito. Dobbiamo superare questi modelli che ci sembrano cristallizzati. Mi ha molto stupito sapere che fino al 1971 i maschi per legge non potevano diventare infermieri perché veniva considerata un’attività prevalentemente “vocazionale”, ritenuta congeniale alla natura femminile o alle figure religiose. L’uomo veniva considerato non idoneo, una inettitudine che rimanda a un immaginario che ben conosciamo: alla donna la cura, al maschio la carriera».

 

«Adolescere significa crescere, ed è un processo trasversale che riguarda tutti, giovani, famiglie, operatori, istituzioni, società – ha raccontato Gianluca Palmieri, formatore e coordinatore di PerForma, i servizi educativi della Diaconia valdese-. I nostri adolescenti spesso credono di doversi prendere carico di una fragilità degli adulti senza precedenti; nelle nostre esperienze vediamo ragazze e ragazzi che fanno passi avanti mentre i genitori rimangono fermi.  E quindi chiediamo loro di crescere più velocemente e questo non va bene perché ci sono tappe evolutive da rispettare. Nel tempo abbiamo capito che a un ragazzo in difficoltà corrisponde a una famiglia in difficoltà, per cui serve una presa in carico sistemica. Da questi ragionamenti abbiamo scelto di ampliare i servizi di counseling, di sostegno alla genitorialità, nati in qualche modo anche grazie a eventi come quello di oggi, dove è possibile ragionare con qualificati esperti del settore».

 

Daniele Massa, presidente della Diaconia valdese, ha dato il senso dell’incontro, e dell’impegno evangelico in materia, con queste parole: «Nella riflessione biblica i figli non ci appartengono: sono un dono affidato per un tempo alla nostra cura. L’amore genitoriale non trattiene e non possiede, ma custodisce e prepara al distacco. È la declinazione tangibile dell’etica della grazia: riconoscere l’intrinseca dignità di ciascuno e accoglierlo per ciò che è, senza ridurlo a parametri prestazionali o ad aspettative esterne.

Da qui scaturisce il senso della responsabilità educativa condivisa, o genitorialità sociale. Non si tratta di formule astratte, né della volontà di espropriare i genitori delle loro prerogative: significa non lasciarli soli. Nessuna famiglia può né deve fare tutto da sé. La cura, la tutela e la crescita delle nuove generazioni rappresentano un bene comune. Ogni bambina e ogni bambino che cresce sul territorio riguarda l’intera comunità. Questa è la sostanza della comunità educante: un patto continuativo di corresponsabilità tra famiglie e territorio».

 

Un patto non rinviabile.