L’alluvione del 1966: segno premonitore e messaggio di fraternità
Per Firenze un evento che coinvolse i giovani e ci rese consapevoli del valore del patrimonio culturale nel nostro paese: così fu contenuto un danno che pareva irreparabile
Un segno premonitore. Così dobbiamo oggi considerare l’alluvione di Firenze del 1966. Allora fu indubbiamente un evento eccezionale: piovve per molti giorni in modo fitto fitto. Oggi assistiamo a vere e proprie bombe d’acqua che in pochi minuti danno luogo a eventi calamitosi. È l’effetto dei mutamenti climatici. Possiamo quindi considerare l’alluvione del 1966 come un avvertimento per prendere in debita considerazione le vicende della natura.
Grave fu nel 1966 di non essere preparati a questo tipo di avvenimenti, né in sede di prevenzione (l’Arno aveva dato piene rovinose già nei secoli passati) né di protezione civile nel caso del verificarsi di catastrofi del genere.
Fu proprio in seguito a questi e altri eventi consimili che venne varata nel 1970 la prima legge di protezione civile (n. 996 dell’8 dicembre 1970 – “Norme sul soccorso e l’assistenza alle popolazioni colpite da calamità”) – che delineò per la prima volta un quadro complessivo di interventi.
L’alluvione del 1966 colpì duramente Firenze (ma anche Pisa e parte importante del territorio toscano) sia con perdite umane (37 mori) sia con la devastazione del centro della città e gli ingenti danni ai monumenti storici e ai beni culturali. Ricordiamo en passant che doveva essere poi la mafia, con la strage di via dei Georgofili del 1993, a colpire brutalmente di nuovo la città nel cuore del suo centro storico.
Il danno del 1966 sembrava irreparabile quando si manifestarono due fenomeni di grande rilievo. Il primo riguardò Firenze. I fiorentini non si arresero e cominciarono subito a darsi da fare per recuperare il recuperabile e per togliere il fango. Non mancò il consueto spirito degli abitanti della città del giglio, di cui si fece emblema il cartello di un negoziante: «chiuso per nervoso».
Il secondo fatto fu lo slancio di solidarietà nazionale e internazionale. Non ce l’avremmo fatta con i mezzi normali del pubblico (Stato e Comune) senza i tanti volontari e volontarie che accorsero da ogni parte del mondo a dare una mano. Fu l’opera generosa e disinteressata degli “angeli del fango” che permise il recupero di beni culturali alluvionati come i volumi della Biblioteca Nazionale e consentì di sostenere gli sforzi di chi cercava di recuperare le abitazioni e i luoghi di lavoro. Un fenomeno che nella nostra sensibilità di evangelici potremmo iscrivere nell’agàpe, in una manifestazione concreta del cristiano amore fraterno.
Il simbolo di questa inadeguatezza dello Stato furono i soldatini fatti affluire dall’Esercito, senza strumenti e che all’inizio non sapevano assolutamente cosa fare. A un certo punto non avevano potuto avere il rancio e furono le cittadine e i cittadini di Firenze che li nutrirono alla meglio.
La mia casa in collina fu risparmiata dall’alluvione e fortunatamente, anche perché mio padre Giorgio si trovava negli Usa per uno dei suoi periodi di insegnamento negli States e mia mamma Annetta era a letto perché afflitta da coliche renali. Ma vedemmo arrivare da noi disperati i miei zii, la sorella del babbo, con suo marito. Erano stati completamente sommersi: casa, garage e quant’altro. Personalmente andai a dare una mano a spalare alla Biblioteca Nazionale. Inizialmente strizzavamo i volumi intrisi di fango, poi per fortuna arrivarono le istruzioni contrarie: squadernarli in modo che potessero asciugarsi. Ricordo che ricevemmo la visita del ministro Luigi Gui, che il deputato socialista Tristano Codignola aveva voluto accompagnare sul luogo.
Se serve come paradigma, evoco il mio caso personale. Avevo vent’anni e dividevo il mio tempo su tre interventi: un po’ a dare una mano ai miei zii, un po’ alla Biblioteca Nazionale, un po’ all’Oruf, l’organismo rappresentativo degli studenti universitari fiorentini nel cui parlamentino ero stato eletto e dove si era formato un comitato spontaneo, aldilà delle gerarchie istituzionali, che sedeva in permanenza e che dette un bel contributo all’aiuto e all’assistenza. Famiglia, beni culturali, intervento politico furono i tre punti di riferimento del mio impegno. Ma tutto all’insegna di una fraternità ritrovata che ci rendeva orgogliosi di essere cittadini di Firenze.
Voglio ricordare il ruolo dello storico dell’arte Carlo Ludovico Ragghianti. Era stato nel 1944 il presidente del Comitato toscano di Liberazione nazionale, l’organo politico che aveva guidato l’insurrezione della città contro i tedeschi occupanti e i repubblichini di Salò. Dal suo studio della Strozzina, senza che nessuno gli avesse conferito un particolare mandato, si mise al coordinamento e alla guida degli interventi di recupero dei beni artistici e culturali. Siamo disse – di nuovo al tempo in cui i tedeschi fecero saltare i ponti sull’Arno.
Foto: Volontari che aiutano a mettere in salvo i dipinti degli Uffizi