Dossier Idos/Confronti: «Squadra che vince non si cambia!»
Presentato la scorsa settimana, il Dossier immigrazione Idos è disponibile in cartaceo e online. La nostra intervista al Presidente del Centro studi Idos, Luca Di Sciullo
Il 27 ottobre si è tenuta a Roma, presso il Nuovo Teatro Orione, la presentazione ufficiale del Dossier Statistico Immigrazione 2026 IDOS/Confronti. L’importante appuntamento annuale ha richiamato l’attenzione di esperti, istituzioni e cittadini per fare il punto sui dati e le analisi legati ai fenomeni migratori nel nostro Paese.
La presentazione si è svolta in contemporanea in tutte le regioni e province autonome italiane, a testimonianza della rilevanza del rapporto per l’intero territorio nazionale.
Il Rapporto Idos ormai è un’istituzione per tutte le persone e le associazioni che si occupano di politiche migratorie, di accoglienza e di diritti… la prima edizione risale al 1991 e dal 2004 è prodotto dal Centro studi Idos (che da esso prende il nome: Immigrazione Dossier Statistico). Dalla prima edizione sono passati ben trentacinque anni, di che si tratta lo abbiamo chiesto al presidente del Centro studi Idos, Luca Di Sciullo.
“In effetti la storia del dossier è una storia molto lunga che ormai copre più di un terzo di secolo, nata da una intuizione di Don Luigi Di Liegro, il direttore e il fondatore della Caritas di Roma, e da una piccola équipe di giovani ricercatori all’epoca guidati da Franco Pittau; l’intuizione era quella di mettere nelle mani l’indagine agli operatori che si occupavano di questioni migratorie che, tutti i giorni, avevano a che fare in maniera operativa con i migranti già all’epoca, e stiamo parlando del 1990. Le prime edizioni del dossier erano molto snelle e concentrate particolarmente su Roma, poi, man mano, il dossier è cresciuto anche di volume e ha allargato il suo sguardo a livello nazionale”.
Per redigere un volume così ricco servono tanto lavoro e tanti occhi?
“Tanti ricercatori, tanti studiosi, negli anni hanno accettato di scrivere per il dossier, di fornire dati, informazioni e la ricerca è cresciuta nel frattempo. Anche i ricercatori si sono costituiti come Centro studi autonomo dando vita a una cooperativa, dal 2004, che si chiama appunto IDOS, acronimo di Immigrazione Dossier Statistico, per produrre e dar vita anche altri rapporti annuali, altri studi monografici. Certamente il dossier è e rimane l’opera, la di punta di diamante del nostro lavoro.
La piccola équipe, nel 2012-2013, è uscita dall’orbita ecclesiale, della Chiesa Cattolica, ed è diventata un Centro studi autonomo.
Da quel momento è nata l’idea di rivolgersi e richiedere anche sostegno dell’Otto per Mille della Tavola Valdese (Unione delle chiese metodiste e valdesi), insieme ad altri sostenitori importanti”.
Ricordo quando avete coinvolto la rivista Confronti che con Pittau e Caritas già collaborava da tempo. Nella sede di Confronti tra l’altro era presente anche il Servizio rifugiati e migranti della Federazione delle chiese evangeliche in Italia (Fcei), oggi diventato Mediterranean Hope, programma rifugiati e migranti….
“Il progetto del dossier era già in partenza ambizioso, e far rete non poteva che far migliorare il lavoro di redazionale, un lavoro che infatti si è esteso: non si trattava solo di fare un lavoro redazionale per un rapporto ma di poterlo presentare nei territori con una Campagna nazionale e che tutt’ora vede il dossier essere stampato in migliaia di copie, circa 7.000 cartacee, mentre un numero ben più significativo è quello scaricato in formato elettronico”.
Quando è partita questa Campagna di distribuzione così capillare?
“Sin dagli inizi degli anni 2000 era attiva una rete di referenti regionali, abbiamo infatti ogni regione italiana da uno a tre referenti IDOS, operatori che lavorano anche nel mondo dell’associazionismo, essi stessi ricercatori, accademici, esperti a vario titolo di migrazioni. Questi redigono degli approfondimenti territoriali che confluiscono nel dossier dandoci così una mano anche nell’organizzazione di eventi di diffusione nei loro luoghi d’appartenenza e permettendoci una certa capillarità e un’ampiezza di copie diffuse che ci gratifica molto”.
E la rivista Confronti?
Collaboriamo strettamente con il Centro Studi Confronti da una decina di anni, insieme a loro curiamo le varie sezioni di cui il rapporto è costituito e nel tempo abbiamo anche rafforzato i rapporti scientifici; e oggi possiamo affermare che grazie a questa rete i maggiori esperti e studiosi di migrazioni a livello nazionale scrivono per il dossier aumentandone la caratura scientifica di questo rapporto che, dopo trentasei anni – era la 36esima edizione quest’anno, ci consente di avere una visione molto ampia del fenomeno ma anche una percezione della sua evoluzione”.
Cosa emerge nel Rapporto 2026 rispetto a quello del 2025 e quali cambiamenti sono emersi in questi ultimi anni di attività e di ricerca?
“L’ultimo rapporto fa emergere alcune novità, ma conferma anche quanto alcuni fenomeni siano in continuità con un andamento che abbiamo riscontrato nel tempo e non solo rispetto all’anno precedente, il 2025.
Partiamo dagli elementi di continuità. Il nostro paese, nonostante sia un paese di immigrazione da più di cinquant’anni, non è mai riuscito a trovare una giusta direzione e dunque, movendosi con una gestione lungimirante ed anche efficace delle migrazioni.
Lo dimostra il fatto che lungo questi oltre cinquant’anni si siano dovute indire ben nove regolarizzazioni e che, nonostante questo, oggi vi sia ancora uno “zoccolo” non riassorbito, duro, di stranieri “irregolari” che ammonta 339 mila unità secondo le ultime stime della Fondazione Ismo”.
Cosa dice questo dato?
“Che abbiamo meccanismi d’ingresso e di permanenza sul territorio nazionale che ogni legge sull’immigrazione dovrebbe curare al meglio per evitare il più possibile che si formino sacche di irregolarità. Diciamo che alcuni meccanismi l’irregolarità non solo non riescono a prevenirla, ma addirittura in certi casi rischiano di favorirla. Pensiamo per esempio al canale di ingresso dei lavoratori stranieri dall’estero: il procedimento lungo, strozzato, complesso e complicato che va dalla chiamata nominativa al ‘nulla osta’, al rilascio del visto, alla firma del contratto di soggiorno, sono divenuti ormai una filiera così complicata e lunga che rischia di vanificare spesso ogni azione. Un meccanismo legislativo, anche burocratico, che invece di agevolare un inserimento regolare nel mondo del lavoro, agevola lo scivolamento nell’irregolarità. Una cosa analoga che osserviamo anche per i cosiddetti migranti forzati: il sistema di accoglienze in Italia è stato da tanti anni spaccato in due. Ci sono i centri SAE gestiti dai comuni nei quali i titolari di una qualunque forma di protezione godono di corsi e di forme di sostegno che li preparano a un inserimento nel mondo del lavoro, a esempi di integrazione ben diversi.
Ma quando si esce da questi Centri, l’integrazione ricade sulle sole e loro spalle. Ghetti, baraccopoli, forme di esclusione sociale, isolamento, sono dietro l’angolo. Abbiamo la stragrande maggioranza degli ospiti del sistema di accoglienza che invece è concentrata nei CAS, centri di accoglienza straordinari che a dispetto del nome sono diventate ancora più ordinari, privi di corsi per l’inserimento e di informazione sulla realtà italiana. Dunque, in questo caso, privando la conoscenza di fenomeni pericolosi quali gli sfruttatori di esseri umani, vedi il fenomeno del ‘caporalato’, e che portano molte persone bisognose in grandi centri di smistamento per farli lavorare in nero e sotto sfruttamento”.
Una gestione difettosa che crea disfunzioni… qualche segnale positivo emerso dal dossier?
“L’edizione 2026 fa emergere, ed è la prima volta, che tra i quattrocentomila nuovi permessi di soggiorno rilasciati nell’anno, vi è stato un boom di nuovi rilasci. Nel 2025 si è raggiunto però anche il sesto record negativo di nascite in Italia, situazione che mette in moto una riflessione su quanto una demografia così debole, e critica in Italia, venga infatti ‘tamponata’ dall’apporto della presenza di nuovi italiani.
Eppure, a fronte di questo dato incontrovertibile, non si sappia valorizzare appieno l’apporto produttivo, economico e sociale che la loro presenza significhi, su quanto malgrado questo dato sia così evidente si adottino spesso politiche che, oltre a ledere le presenza di origine straniera, si leda il sistema Italia”.
La collaborazione con la rivista e Centro studi Confronti prosegue sin dal 2015 e l’Otto per mille valdese (Unione delle chiese metodiste e valdesi) da allora sostiene annualmente la vostra ricerca. Squadra che vince non si cambia?
“Direi di sì, squadra che vince, assolutamente non si cambia! Anche perché una collaborazione così lunga con il Centro Studi Confronti e il sostegno continuativo dell’Opm valdese sono per noi elementi fondamentali nel solco di un progetto così bello, così ampio, così ambizioso. L’Ottopermille della Tavola Valdese porta frutti eccellenti, unici nel panorama nazionale”.
Perché?
“Perché, oltre al sostegno economico – che ci consente di realizzare un prodotto di alta qualità e riconosciuto come tale – permette di alzare il livello qualitativo delle analisi. Non solo, la squadra del Centro Studi Confronti entra nel merito della ricerca scientifica: esponenti del Centro Studi Confronti curano insieme a rappresentanti e a membri dell’équipe di Idos i singoli capitoli, le singole sezioni scientifiche del volume, quindi è un lavorare a braccetto, diciamo gomito a gomito, tra esponenti di due Centri studi, e già ha dei vantaggi enormi sul piano analitico, perché consolida meccanismi di elaborazione necessari e aiuta a tenere alto il livello del prodotto editoriale. Un arricchimento reciproco, che noi speriamo possa durare il più a lungo possibile”.