Il lamento laico che diventa preghiera per il credente
La settimana del 4 novembre una poesia contro la guerra
Ci sono poesie che non nascono per essere pubblicate, ma per essere sopportate. Parole che emergono da un’urgenza interiore, da un dolore sedimentato, da un ricordo che non si lascia archiviare. La poesia laica di Gianni Mereu contro la guerra nasce così: da alcuni appunti ritrovati in un vecchio blocchetto tascabile, scritti “tempo fa”, quando la guerra – non una guerra specifica, ma la guerra come realtà universale – aveva imposto al poeta un’immagine, un tremore, un grumo di pensieri.
Rileggendo quelle note, Mereu ha sentito che la voce di allora chiedeva di essere espressa e ascoltata oggi. Proprio in questo periodo attraversato da guerre, vissute come un incubo in presa diretta, oppure lontane e quasi dimenticate, ma pur sempre guerre che trasudano crudeli atrocità. In questo periodo caratterizzato da una insensata corsa al riarmo e dal terribile annuncio di una nuova grande guerra entro pochi anni. Ne è nata una poesia dura, anatomica, che racconta l’orrore della guerra dalla parte di una vittima qualsiasi. Una sorta di vittima ignota che assume, quindi, un valore paradigmatico. Una poesia ritmata graficamente, con l’uso alternato di versi a carattere neretto e corsivo per distinguere le cause dagli effetti.
La guerra nel corpo: un testo che non concede distanze. La poesia laica di Mereu, nata come un disperato grido contro la guerra, è costruita come una discesa nel corpo martoriato. La guerra non è fuori: è dentro. Dentro casa, dentro i pensieri, dentro i sogni. Sul viso, negli occhi, nelle orecchie, nel naso, nella bocca, nella gola, nelle braccia, nelle gambe, nel petto, nelle vene, nel cuore. L’anafora ossessiva “e m’ha…” – spento, cancellato, bruciato, mutilato, maciullato, dilaniato – ricorda la ripetizione dei verbi di distruzione nel libro delle Lamentazioni. È la teologia della morte in vita: i sensi spenti, la parola bruciata, il respiro vitale cancellato. Come nel Salmo 88, il più oscuro, dove il salmista si percepisce già tra i morti.
Il finale è teologicamente decisivo: «Il domani è finito con l’oggi/ in un sordo boato/ di bombe/ di guerra/ e di spari/ disperso nel vento/ non li sento più». Qui risuona il testo di Lamentazioni 3, 18: «È perita la mia speranza che mi veniva dal Signore». Il lamento biblico autentico non edulcora: osa dire a Dio che non c’è più futuro. Ecco, dunque, come una poesia laica rinvia teleologicamente il credente al rapporto dialettico e significativo con il lamento quale atto di protesta e appello alla fedeltà di Dio.
Il 4 novembre: memoria e responsabilità. La settimana del 4 novembre, “Giornata dell’Unità Nazionale e delle Forze Armate”, è spesso segnata da cerimonie, discorsi ufficiali, celebrazioni. Ma questa ricorrenza può essere anche un’occasione per interrogare la memoria della guerra non solo come evento storico, ma come ferita umana. La poesia laica di Mereu, pubblicata in questa settimana, diventa un controcanto necessario. Non contesta la dedizione di chi serve lo Stato, né la memoria dei caduti. Ma ricorda che ogni guerra, prima di essere narrata, è vissuta direttamente e in prima persona dalle vittime. Prima di essere commemorata, è sofferta. Prima di essere spiegata, è pianta. Il lamento è la forma più onesta della memoria: impedisce alla retorica di coprire il dolore.
Il lamento come atto di fede. Nella Bibbia, il lamento è una delle forme più alte della fede. È la preghiera che non finge. È la protesta che non rompe l’alleanza. È la voce che dice a Dio la verità senza filtri. La poesia laica di Mereu, pur senza volerlo, è un “primo tempo” teologico perfetto: è il Venerdì Santo senza la Domenica di Pasqua. Non offre speranza, perché non è compito della vittima generarla. La speranza, nella Scrittura, non nasce dall’ottimismo umano, ma dalla promessa di Dio. E la promessa – che la poesia non dice, ma attende – è triplice: Dio abita le macerie: Isaia 61 annuncia che il Signore ricostruisce le rovine. Dio restituisce il respiro: Ezechiele 37 mostra il soffio che rientra nelle ossa secche. Dio ridona un domani: «Progetti di pace… per darvi un futuro pieno di speranza» (Geremia 29,11).
Il compito del credente non è correggere il lamento dicendo “abbi speranza”, ma sedersi nelle macerie con chi soffre – come gli amici di Giobbe – e solo dopo sussurrare la promessa. Per questo la poesia laica di Mereu, letta nella settimana del 4 novembre, non è solo un testo contro la guerra – si potrebbe dire, suo malgrado, un atto di fede per il credente. È un lamento che attende una risposta. È una preghiera che non chiede spiegazioni, ma presenza. La guerra «dilania il cuore a morsi voraci», scrive il poeta. La fede risponde: quel cuore dilaniato è nelle mani di Colui che ha avuto il cuore trafitto, e che promette un cuore nuovo. In questo incontro tra poesia laica e teologia, tra ferita e promessa, tra lamento e attesa, si apre lo spazio per costruire la pace. Non la pace retorica delle celebrazioni, ma la pace fragile e vera che nasce quando il dolore umano viene finalmente espresso, come in questa poesia e ascoltato da tutti credenti e non.
La guerra
La guerra
mi s’è conficcata
dentro casa
e l’ha ridotta in macerie
dentro ai pensieri
e ha cancellato la pace
dentro ai sogni
e m’ha sommerso d’incubi
sul viso
e m’ha sfigurato
negli occhi
e m’ha spento la luce
nelle orecchie
e m’ha cancellato l’udito
dentro al naso
e m’ha lasciato l’odore del sangue
nella bocca
e m’ha bruciato la parola
nella gola
e m’ha spento la fame e la sete
sulle braccia e le gambe
e m’ ha mutilato
dentro al petto
e m’ha spento il respiro vitale
dentro le vene
e m’ha maciullato
dentro al cuore
e l’ha dilaniato a morsi voraci.
Il domani
è finito con l’oggi
in un sordo boato
di bombe
di guerra
e di spari;
disperso nel vento
non li sento più.
Gianni Mereu – settembre 2026