Dio ci rivolge vocazione nonostante la nostra bassezza
Un giorno una parola – commento a Luca 1, 46-48
Il Signore alza il misero dalla polvere
I Samuele 2, 8
Maria disse: l’anima mia magnifica il Signore, e lo spirito mio esulta in Dio, mio Salvatore, perché egli ha guardato alla bassezza della sua serva
Luca 1, 46-48
Il “cantico di Maria” è una poesia che riecheggia linguaggio e tematiche dei Salmi e apre l’Evangelo di Luca: un affresco che inizia con una vicenda apparentemente secondaria, la storia delle difficoltà di Elisabetta e Zaccaria a diventare genitori, e si chiude con la presentazione di Gesù neonato al tempio di Gerusalemme.
L’Evangelo ci incontra narrando la nascita di Gesù (e di Giovanni il battezzatore, figlio della prima coppia), presentando una sorta di “evento prodigioso programmatico”. È un prodigio: né Elisabetta, né Maria potrebbero diventare madri, la prima è sterile ed anziana, la seconda è vergine e troppo giovane. Due donne che, pur partendo da itinerari biografici opposti sono accomunate da una condizione che per la mentalità del tempo le rendeva donne “incomplete”, in quanto non-madri.
È però anche programmatico, perché l’avvento del figlio di Dio nel mondo passa attraverso il corpo e la vicenda di due donne, che condividono una storia di “ordinaria sfortuna”, anche se possiamo intuire che fossero due donne forti – Elisabetta impone per il figlio al marito un nome non tradizionale; Maria è certamente più protagonista dei primi capitoli rispetto al Giuseppe dell’Evangelo di Luca, decisamente più sfumato. Questo aspetto programmatico del cantico di Maria sarà ribadito nel passo che narra dell’annuncio degli angeli ai pastori – ancora due opposti che si incontrano nella scoperta della decisione di Dio di incarnarsi in Gesù.
Questo prodigio programmatico ha una conseguenza per Maria, oltre alla nascita del Messia: la riflessione su se stessa. C’è un “perché” nella scelta di Dio, anzi, un “benché”: la parola “bassezza”. Non indica una categoria morale, ma una situazione esistenziale (per es. il termine è usato nella lettera ai Filippesi 2, 6-11). L’azione divina non si fonda su una pretesa perfezione della persona che incontra; provoca però una reazione da parte di chi la accoglie: riflettere sulla propria condizione e sulla grandezza delle benedizioni ricevute. Amen.
Immagine: Raffaello Sanzio, La visitazione, 1517 (Wikipedia)