Da Assisi al mondo, un appello inter-fedi per la pace
Le parole del presidente della Federazione delle chiese evangeliche in Italia Daniele Garrone all’incontro interreligioso
Basta guerre. Questo l’appello inter-fedi che giunge da Assisi, dove si è chiuso martedì l’incontro internazionale “Pace disarmata e disarmante”. Fra i partecipanti, il pastore Daniele Garrone, presidente della Federazione delle chiese evangeliche in Italia (Fcei).
L’incontro, promosso dalla Comunità di Sant’Egidio, ha riunito circa 400 leader spirituali e 150 relatori internazionali, con delegazioni provenienti da 53 Paesi e di oltre 15 tradizioni religiose e confessioni. Erano rappresentati il cristianesimo — nelle componenti cattolica, ortodossa, protestante ed evangelica —, l’islam sunnita e sciita, l’ebraismo, il buddismo, l’induismo, lo scintoismo, il taoismo, lo zoroastrismo, il sikhismo, il giainismo e il Tenrikyo, insieme a religioni tradizionali e fedi indigene, in particolare dall’Africa e dall’America Latina. Ad Assisi anche il presidente della Repubblica Sergio Mattarella e papa Leone XIV, quest’ultimo intervenuto con un videomessaggio.
Si è parlato di pace, ma non solo. Sono stati 24 i forum tematici sviluppatisi fra il 25 e il 27 ottobre, dai conflitti, al disarmo, dalla democrazia e all’ambiente. Fra questi, uno specifico sulla questione migratoria, con relatore il presidente Fcei Daniele Garrone.
Come si misura la tenuta della democrazia di fronte alle migrazioni?
Anche da questo dipende il futuro dell’Europa e dell’occidente, secondo Garrone, che ha parlato a lungo dell’esperienza dei corridoi umanitari, giunta al decimo anniversario. Una delle alternative concrete alla chiusura delle frontiere, a dimostrazione del fatto che offrire vie sicure a chi fugge da guerre e persecuzioni è possibile. La sfida, ora, è trasformare questa esperienza in una politica strutturale.
Promossi inizialmente dalla Comunità di Sant’Egidio e dalla FceiI, i corridoi umanitari hanno preso avvio con un protocollo firmato alla fine del 2015, con i primi arrivi nel 2016. Oggi sono una realtà consolidata, capace di mantenere la collaborazione tra istituzioni e società civile al di là dei cambiamenti di governo. In occasione del decennale, la Fcei ha pubblicato il volume Corridoi umanitari. Un’avventura ecumenica e politica, curato da Paolo Naso, che sarà presentato il 5 novembre.
Per Garrone, questa esperienza non va considerata soltanto un gesto di solidarietà, ma una buona pratica da trasformare in politica pubblica.
L’obiettivo è garantire percorsi sicuri e favorire l’inserimento e l’integrazione delle persone nella società, destinando a questo scopo risorse oggi impiegate per il blocco delle frontiere.
La questione migratoria, ha osservato, mette alla prova la capacità dell’occidente di difendere i diritti e le libertà su cui si fondano le democrazie costituzionali. Garrone ha richiamato il valore dello ius soli, che lega la cittadinanza al luogo di nascita, rispetto allo ius sanguinis, fondato sulla discendenza. Due diverse concezioni dell’appartenenza: una legata alle origini, l’altra a una comunità in cui tutti condividono diritti e doveri. Il rischio è ridurre la democrazia alla sola volontà di una maggioranza, indebolendo le garanzie costituzionali.
Per contrastare xenofobia e pregiudizi occorre, inoltre, un lavoro culturale.
Garrone ha richiamato il passo dell’Esodo (23,9): «“Non opprimerai il forestiero (o più precisamente ‘l’immigrato’); anche voi conoscete la vita del forestiero, perché siete stati forestieri in Egitto (trad. Cei 2008). La parola ebraica nefesh, l termine ebraico nefesh, qui reso con “vita”, è tradotto da altri con “animo”, “stato d’animo””, “cuore”, “condizione”. Si tratta di tentativi di dare un senso approssimato al vocabolo ebraico, che in origine indica l’alito, il fiato, il respiro e – per estensione – l’organo che lo emette, la gola, oppure il principio vita, perché senza alito, senza respiro non c’è più vita. Fa impressione questa precisazione etimologica, di fronte ai morti in mare. Voi conoscete – dovreste conoscere – ciò a cui il forestiero aspira, ciò per cui si affanna, ciò che ha o, purtroppo, aveva in animo, ciò che ha vissuto per decidere di fuggire e di avventurarsi, costi quel che costi … l’affanno della marcia, l’ansimare, lo scoramento dell’essere mandato indietro, l’anelito a un futuro diverso, il respiro mozzato dalla paura…»
Invitando poi a ripercorrere la storia italiana, Garrone ha detto: «Anche noi conosciamo l’animo dello straniero». Tra il 1861 e il 1985, infatti, circa 18 milioni e 725 mila italiani sono emigrati senza fare ritorno. Milioni hanno lasciato il Mezzogiorno per il Nord industriale o per Paesi come Svizzera e Germania; nel dopoguerra, decine di migliaia di italiani si sono trasferiti in Belgio attraverso accordi tra governi.
La memoria dell’emigrazione italiana può aiutarci a superare paure e stereotipi, riportando il dibattito alle storie reali delle persone.
Ricordare da dove veniamo è un passo necessario per comprendere chi arriva oggi e interrogarsi sul mondo che vogliamo lasciare alle generazioni future.
Ad Assisi per la pace, insomma, a quarant’anni dallo storico incontro interreligioso convocato da Giovanni Paolo II nel 1986, si è rinnovato per molti il cosiddetto «Spirito di Assisi». Esponenti delle religioni, della cultura, della società civile e delle istituzioni hanno deciso di prendere parola insieme, in un mondo segnato da guerre, nazionalismi e crisi. Emergono nuove sfide di convivenza e possibili vie di riconciliazione.
Fra le altre presenze protestanti, quella del vescovo luterano Heinrich Bedford-Strohm, oderatore del Comitato centrale del Consiglio ecumenico delle chiese (Cec); del pastore Reynaldo Ferreira Leão Neto del Consiglio metodista mondiale; del vescovo Henrik Stubkjær per la Federazione luterana mondiale (Flm).