Il “Nero su bianco” contro la decolonizzazione e le richieste irricevibili Usa

Con una dichiarazione netta, forte, chiara e documentata la Conferenza delle chiese del Pacifico respinge l’invito degli Stati Uniti a porre fine al mandato ONU sulla decolonizzazione

 

Traduciamo la lettera firmata da James Shri Bhagwan, Segretario Generale della Conferenza delle chiese del Pacifico e pubblicata sul sito del Consiglio ecumenico delle chiese (Cec).

 

«La nostra gente non è una comparsa e le nostre terre non sono mete per viaggi di piacere»…questa è la frase che apre la lunga missiva inviata al mondo intero. 

 

SUVA, Figi (Fiji)| 19 ottobre 2026

 

La Conferenza delle chiese del Pacifico (Pacific Conference of Churches – PCC) respinge la richiesta degli Stati Uniti di porre fine al mandato del Comitato speciale delle Nazioni Unite sulla decolonizzazione (C-24), nonché la definizione delle attività del Comitato nel Pacifico come «viaggi di piacere annuali». 

Sei dei 17 territori non autonomi ancora esistenti al mondo si trovano nella nostra regione. Finché rimarranno in tale elenco, il processo di decolonizzazione non potrà dirsi concluso e il mandato volto a portarlo a termine conserva pienamente la sua ragion d’essere.

 

Cosa è successo a New York

Il 15 ottobre 2026, in seno alla Quarta Commissione (Politica speciale e decolonizzazione), gli Stati membri hanno approvato oltre 20 risoluzioni sulla decolonizzazione, molte delle quali raccomandate dal C-24. Su richiesta degli Stati Uniti, ogni bozza è stata sottoposta a voto nominale, incluse le risoluzioni relative a tutti e sei i territori del Pacifico, che solitamente vengono adottate per consenso. Gli Stati Uniti e Israele sono stati gli unici Stati a votare contro ciascuna di esse. 

 

La risoluzione riguardante l’obbligo per le potenze amministratrici di trasmettere informazioni all’ONU, ai sensi dell’articolo 73(e) della Carta, è stata approvata con 160 voti favorevoli e 2 contrari; il Regno Unito, la Francia e il Paraguay si sono astenuti. La risoluzione sulla diffusione di informazioni relative alla decolonizzazione è stata approvata con 164 voti favorevoli e 3 contrari. Una risoluzione che riconosce il persistere del colonialismo in forme contemporanee – incluse misure economiche, finanziarie o commerciali unilaterali – ha registrato una maggiore divergenza, venendo approvata con 85 voti favorevoli, 49 contrari e 23 astensioni.

 

Nella sua dichiarazione di voto, gli Stati Uniti hanno chiesto la cessazione del mandato del Comitato speciale sulla decolonizzazione (C-24). Hanno definito la Risoluzione 1514 (1960) – la Dichiarazione sulla concessione dell’indipendenza ai paesi e ai popoli coloniali – come un atto non vincolante. Hanno inoltre ribadito le proprie posizioni, già espresse in precedenza, in merito al proprio diritto sovrano di condurre attività militari, respingendo al contempo le critiche rivolte alla sentenza di un tribunale federale statunitense che ha bloccato il plebiscito sull’autodeterminazione previsto a Guam. Se negli anni passati gli Stati Uniti avevano messo in discussione l’efficienza dell’impiego delle risorse ONU per la redazione dei rapporti annuali del Comitato, quest’anno si sono spinti oltre, chiedendo la fine del mandato stesso.

I territori del Pacifico ancora presenti nell’elenco delle Nazioni Unite sono le Samoa Americane, la Polinesia francese (Mā’ohi Nui), Guam, la Nuova Caledonia (Kanaky), Pitcairn e Tokelau.

 

La nostra risposta alla posizione degli Stati Uniti

 

Sul mandato

Il fatto che oltre 80 ex colonie siano oggi Stati membri dell’ONU dimostra che il C-24 funziona, non che il suo compito sia esaurito. La decolonizzazione si considera completata solo quando i popoli ancora presenti nell’elenco hanno potuto determinare liberamente il proprio futuro. Il Quarto Decennio internazionale per l’eliminazione del colonialismo si concluderà nel 2030; è il momento di accelerare i lavori, non di sopprimerli.

 

Sulla Risoluzione 1514

Il diritto dei popoli all’autodeterminazione non è una questione di opinioni. La Corte internazionale di giustizia, da ultimo nel parere consultivo del 2019 sulle isole Chagos, ha riconosciuto la Risoluzione 1514 come espressione del diritto consuetudinario all’autodeterminazione. Definire “non vincolante” il pilastro su cui poggia il processo di decolonizzazione dell’ONU equivale a dire ai popoli colonizzati che i loro diritti sono facoltativi.

 

Sui cosiddetti “viaggi di piacere spesati”

Per le popolazioni dei nostri territori, i seminari nel Pacifico e le missioni di visita del C-24 rappresentano una delle rare occasioni in cui le Nazioni Unite si recano direttamente da loro, evitando che debbano affrontare i notevoli costi di un viaggio a New York. Le nostre chiese, i leader tradizionali, le donne e i giovani hanno sfruttato questi spazi per far sentire la propria voce. Liquidare tali iniziative come semplici vacanze significa ignorare le voci che in quelle sedi si sono espresse. Proprio questo mese, alcuni petizionanti di Mā’ohi Nui hanno riferito alla Quarta Commissione che il loro processo di decolonizzazione è in una fase di stallo, a 13 anni dalla reiscrizione nell’elenco, e hanno ribadito la richiesta di una missione di visita.

 

Riguardo alla scelta dello status

Concordiamo sul fatto che la popolazione di un territorio possa scegliere liberamente l’indipendenza, la libera associazione, l’integrazione o un altro status. Tale principio è già sancito nel quadro normativo delle Nazioni Unite, nella Risoluzione 1541 (1960) e nella Dichiarazione sulle relazioni amichevoli del 1970, citata dagli stessi Stati Uniti. I referendum di Tokelau sulla libera associazione con la Nuova Zelanda, tenutisi con il sostegno dell’ONU, ne costituiscono un esempio concreto. Il problema, nella nostra regione, non è che il Comitato speciale sui territori non autonomi (C-24) rifiuti altre opzioni; il problema è che alcune potenze amministratrici impediscono che venga operata una scelta autentica.

 

Riguardo agli “affari interni” 

Gli Stati Uniti sostengono che il C-24 non debba interferire nelle relazioni tra uno Stato sovrano e i suoi territori. Eppure, la stessa Dichiarazione del 1970 – da loro citata – afferma che un territorio non autonomo possiede uno status separato e distinto da quello dello Stato che lo amministra. Ai sensi dell’Articolo 73 della Carta delle Nazioni Unite, le potenze amministratrici hanno accettato di considerare il benessere di tali popolazioni come un “sacro mandato” e si sono impegnate a riferire in merito all’ONU. La supervisione internazionale è un obbligo che esse stesse hanno accettato, non un’interferenza. Ciononostante, il 15 ottobre, gli Stati Uniti – insieme a Israele – hanno votato contro la risoluzione che richiedeva alle potenze amministratrici di adempiere a tale obbligo di rendicontazione; una risoluzione che ha invece ottenuto il sostegno di 160 Stati.

 

Riguardo a Guam 

Gli Stati Uniti dichiarano di sostenere la libera scelta, eppure, nella medesima dichiarazione, difendono la decisione giudiziaria che ha bloccato il plebiscito del popolo Chamoru sul proprio status politico. Non si può pretendere di farsi paladini dell’autodeterminazione mentre la popolazione di Guam è ancora in attesa di poterla esercitare. È proprio per questo che la supervisione internazionale rimane necessaria.

 

Riguardo alla militarizzazione

Da oltre cinquant’anni, le chiese del Pacifico si battono per un Pacifico indipendente e libero da armi nucleari. Un presunto “diritto sovrano” di condurre attività militari nella terra di un altro popolo, senza il suo consenso libero e informato, è parte integrante di quel rapporto coloniale che il C-24 ha il compito di porre fine. La nostra regione subisce ancora oggi le conseguenze dei test nucleari condotti a Mā’ohi Nui e nelle Isole Marshall.

 

Riguardo ai “sostegni” (o “puntelli”) 

Concordiamo sul fatto che le popolazioni di tali territori meritino di meglio che essere strumentalizzate nelle campagne politiche di altri governi. Ciò vale per qualsiasi governo, incluse le potenze amministratrici. I popoli del Pacifico parlano per conto proprio alle Nazioni Unite e il Comitato dei 24 (C-24) rappresenta uno dei pochi contesti in cui viene loro garantito di essere ascoltati.

 

Mā’ohi Nui

La PCC ha sostenuto la Ētaretia Porotetani Mā’ohi (Chiesa protestante Mā’ohi) nella campagna che, nel 2013, ha portato al reinserimento della Polinesia francese nell’elenco delle Nazioni Unite. I leader della chiesa, il suo consiglio per l’istruzione e i suoi giovani si sono presentati, anno dopo anno, come petizionari sia davanti al Comitato speciale per la decolonizzazione (C-24) che alla Quarta Commissione; la PCC si è unita a loro in qualità di petizionaria.

 

Kanaky

 Il 15 giugno 2026, il Segretario Generale della PCC e il reverendo Billy Wetewea, Segretario Generale della Église Protestante de Kanaky Nouvelle-Calédonie (EPKNC), sono intervenuti davanti al C-24 a New York. Hanno presentato i risultati della missione dei popoli del Pacifico a Kanaky (aprile 2025) e hanno sollecitato una missione congiunta del C-24 e del Melanesian Spearhead Group, oltre alla definizione di un calendario chiaro per la decolonizzazione. Nel giugno 2024, quando i leader della EPKNC non hanno potuto recarsi a New York, il Segretario Generale della PCC ha parlato a loro nome davanti al C-24.

 

Papua occidentale

Sebbene la Papua occidentale non figuri nell’elenco delle Nazioni Unite, la PCC continua a sostenere l’autodeterminazione e i diritti umani del popolo papuano, chiedendo tra l’altro che alle Nazioni Unite sia consentito l’accesso al territorio.

Queste sono le voci che il C-24 esiste per ascoltare. Porre fine al suo mandato significherebbe ridurle al silenzio.

 

Perché le chiese prendono la parola

La Chiesa si esprime sulla decolonizzazione perché il Vangelo parla di liberazione. Gesù ha iniziato il suo ministero proclamando la liberazione dei prigionieri e la libertà per gli oppressi (Luca 4,18). «Del Signore è la terra» (Salmo 24,1); la terra, l’oceano e le persone non sono possedimenti che una nazione possa detenere a scapito di un’altra. 

Secondo la nostra concezione nel Pacifico, vanua, fenua e whenua, legano le persone alla terra e all’oceano formando un unico insieme vivente. Il colonialismo ha spezzato questo legame. L’autodeterminazione consiste nel ripristinarlo, affinché i nostri popoli possano vivere con dignità, in qualità di custodi dei luoghi che Dio ha affidato loro.

 

I nostri appelli

La Pacific Conference of Churches (Conferenza delle Chiese del Pacifico) rivolge i seguenti appelli:

 

Agli Stati membri delle Nazioni Unite: di respingere qualsiasi tentativo di porre fine al mandato del C-24 (Comitato speciale sulla situazione per quanto riguarda l’attuazione della Dichiarazione sulla concessione dell’indipendenza ai paesi e ai popoli coloniali) o di indebolirlo; di adottare, in sede di Assemblea Generale, le risoluzioni sulla decolonizzazione con lo stesso ampio sostegno manifestato il 15 ottobre; e di garantire un adeguato finanziamento alle missioni di visita e ai seminari regionali nel Pacifico.

 

Agli Stati Uniti: di collaborare pienamente con il C-24, di accogliere missioni di visita a Guam e nelle Samoa Americane e di sostenere un autentico processo di autodeterminazione per il popolo CHamoru, in conformità con il diritto internazionale.

 

A tutte le potenze amministranti — Francia, Nuova Zelanda, Regno Unito e Stati Uniti —: di impegnarsi in modo costruttivo con il C-24 e di concordare, insieme ai popoli interessati, calendari chiari per il completamento della decolonizzazione entro la fine del Quarto Decennio Internazionale, nel 2030.

 

Al Pacific Islands Forum (Forum delle Isole del Pacifico) e ai suoi leader: di riaffermare, pubblicamente e in sede ONU, il sostegno della regione al diritto all’autodeterminazione dei popoli di tutti e sei i territori del Pacifico.

 

Al Melanesian Spearhead Group (Gruppo di avanguardia melanesiano): di portare avanti, in collaborazione con il C-24, la missione congiunta a Canali, come richiesto dalla PCC e dall’EPKNC nel giugno 2026.

 

Alle nostre Chiese membro e ai partner ecumenici: di continuare a pregare e ad agire in favore dei popoli di tali territori, e di osservare ogni anno, dal 25 al 31 maggio, la Settimana di solidarietà delle Nazioni Unite con i popoli dei territori non autonomi.

I popoli della nostra regione non chiedono favori. Chiedono che venga mantenuta una promessa fatta nel 1960.