Confessione di Belhar, 40 anni dopo
La fondamentale dichiarazione di fede cristiana riformata, adottata in Sudafrica nel 1982, nata all’interno del movimento riformato di lingua afrikaans per denunciare le basi teologiche del razzismo di Stato, ci interroga ancora oggi
La Comunione Mondiale delle Chiese Riformate (Wcrc) ha inaugurato giovedì 22 ottobre, presso il campus Muckleneuk dell’Università del Sudafrica (UNISA), la consultazione dal titolo ” Confessare contro l’Impero: l’appello di Belhar all’unità, alla riconciliazione e alla giustizia oggi” , in occasione del quarantesimo anniversario dell’adozione formale della Confessione di Belhar da parte della Chiesa Missionaria Riformata Olandese nel 1986.
L’incontro riunisce partecipanti provenienti da Asia, Pacifico, America Latina, Nord America, Europa e da tutta l’Africa, con l’UNISA come ente ospitante e il Consiglio per la missione mondiale (Cwm) come partner.
Muna Nassar, segretaria esecutiva per la missione e la promozione della Wcrc, ha espresso profonda gratitudine agli organizzatori dell’Università del Sudafrica e ai partner del Consiglio per la Missione Mondiale, ringraziando i partecipanti giunti da ogni continente e oceano. Riflettendo sull’eredità di Belhar, ha osservato che la confessione, adottata nel 1986 in risposta all’apartheid «presentato come cristiano e difeso con le Scritture», non ha inventato una nuova fede, ma ha «confessato la vecchia fede in un momento di crisi» concentrandosi su unità, riconciliazione e giustizia. Ha sottolineato che la commemorazione non riguarda «qualcosa di concluso», chiedendo: «La domanda che ci poniamo questa settimana non è “Cosa disse Belhar allora?”, ma “Cosa ci chiede Belhar ora?”».
Il pastore Philip Vinod Peacock, segretario generale della Wcrc, ha salutato gli ospiti, tra cui il pastore Jerry Pillay del Consiglio Ecumenico delle Chiese (Cec) e il pastore Setri Nyomi. Peacock ha riflettuto sul percorso compiuto da questo incontro: dall’incontro di Johannesburg del 2009, in cui le chiese sudafricane si interrogarono sul significato della nuova comunione rispetto alla dichiarazione di Ottawa del 1982, secondo cui l’apartheid era un peccato e un’eresia, alla fondazione della Wcrc a Grand Rapids nel 2010, fino al Concilio Generale di Lipsia del 2017, in cui le chiese sospese furono reintegrate, a dimostrazione che l’unità non si ottiene sacrificando la verità.
Peacock ha ripercorso il cammino globale di Belhar, sottolineandone l’influenza sulla Confessione di Accra del 2004, e si è rifatto al discorso di Karl Barth a Cardiff del 1925 per spiegare perché le confessioni riformate siano atti provvisori di obbedienza piuttosto che monumenti, ponendosi sempre la domanda “perché questo e perché ora?”. Ha identificato il nazionalismo etno-religioso come la grande menzogna del nostro tempo – la fusione di appartenenza nazionale, identità etnica e fede religiosa in un unico idolo che seduce la Chiesa dall’interno – e ha invitato i partecipanti non solo a celebrare Belhar, ma a vivere una vita di fede fedele alla sua testimonianza. Ha concluso il suo discorso di benvenuto con la benedizione: “Che lo Spirito che ha dato alla Chiesa il coraggio di confessarsi nel 1982 e nel 1986 ci dia lo stesso coraggio nel 2026”.
La sua chiamata rimane incompiuta
Jerry Pillay, segretario generale del Consiglio Ecumenico delle Chiese, ha tenuto il discorso di apertura della mattinata, intitolato “Dalle Confessioni di Stato alla Comunione Globale: l’appello incompiuto di Belhar all’intero Oikoumene”. Pillay ha ripercorso la nascita di Belhar dal crogiolo del Sudafrica dell’apartheid, descrivendola come un giudizio teologico piuttosto che un manifesto politico.
«La confessione non era semplicemente una dichiarazione politica; era un giudizio teologico secondo cui la separazione e la disuguaglianza razziale contraddicevano l’opera di riconciliazione di Dio in Gesù Cristo», ha affermato Pillay.
Ha concluso sostenendo che il significato di Belhar non risiede nella sua vittoria storica sull’apartheid ecclesiastico, bensì nella sua continua sfida alla Chiesa universale. “La sua chiamata rimane incompiuta perché le realtà che affronta – divisione, esclusione, ingiustizia e alienazione – continuano a caratterizzare sia la Chiesa che il mondo”.
Una confessione ancora valida
Il messaggio del primo giorno è stato inequivocabile: la celebrazione del quarantesimo anniversario di Belhar non segna la fine del lavoro da svolgere, bensì un invito.