Scuola e pluralismo religioso: «un interesse della Repubblica»
Il racconto della sessione mattutina del convegno “Per una convivialità delle differenze: verso un nuovo insegnamento della Religione a scuola”
Il 6 ottobre, alla “Sapienza Università di Roma”, si è discusso di scuola, pluralismo religioso e laicità nel convegno “Per una convivialità delle differenze: verso un nuovo insegnamento della Religione a scuola”. Dopo un primo articolo relativo alla sessione pomeridiana che potete ritrovare in fondo alla pagina , oggi raccontiamo i lavori della sessione mattutina.
A organizzare l’evento sono stati il Dipartimento di Storia, Antropologia, Religioni, Arte, Spettacolo della Sapienza (SARAS), in collaborazione diretta con la Federazione delle chiese evangeliche in Italia (FCEI), il movimento Noi Siamo Chiesa e l’Associazione Biblica della Svizzera Italiana (ABSI).
Numerosi gli spunti emersi, a partire dall’esigenza di interrogarsi su nuove modalità di proposta formativa scolastica, di educazione al dialogo e di “convivialità” – termine preferito a “convivenza” – delle differenze, in un contesto caratterizzato sempre più da pluralismo, da un lato, e analfabetismo religioso, dall’altro.
La sfida: opposizione, insipienza e peso dello status quo
“Voglio solo condividere due considerazioni che mi sembrano documentare la rilevanza dei temi che affrontiamo”, ha esordito Daniele Garrone, presidente della FCEI, porgendo i saluti ufficiali della Federazione in apertura del convegno.
“Ricordo che mezzo secolo fa tutto faceva pensare che la storia sarebbe andata nella direzione della città secolare. Siamo cresciuti leggendo ‘The Secular City’ di Harvey Cox ed eravamo convinti che nel discorso pubblico, le voci delle religioni non avrebbero più avuto una rilevanza tale da influenzare o addirittura orientare le scene etiche e politiche dei cittadini. Che la si accogliesse come uno sviluppo positivo, o la si sentisse come una minacciosa decadenza, comunque il discorso sulla secolarizzazione aveva il sapore di una diagnosi. Oggi invece tutto è molto diverso. Le religioni sono tornate in modo altisonante e a volte muscoloso. I richiami a Dio e le pretese di assolutezze religiose sono massicciamente presenti nei conflitti, anche armati, e nei discorsi d’odio”, è stata la prima considerazione espressa da Garrone.
“La seconda è che anche qui in Italia la società è plurale dal punto di vista etnico, culturale e religioso”, ha poi aggiunto il presidente. “Questo è assolutamente tangibile, visibile nella scuola, tanto più in quella primaria. E quindi sembra evidente che fare dei discorsi sulle religioni non soltanto è una cosa che si impone, ma dovrebbe essere un interesse della formazione culturale e umana dei cittadini in una Repubblica democratica e costituzionale, che dovrebbe influire nel discorso tra posizioni diverse sulla base del proposito della laicità dello Stato.”
Partendo da queste considerazioni, il presidente ha poi ricordato il “Patto delle religioni”, firmato a Roma il 25 giugno 2026 presso l’Auditorium dell’Ara Pacis dai rappresentanti di 15 confessioni religiose presenti in Italia. Un impegno, quello delle religioni, che, come ricordato da Garrone, attraverso richiami alla Costituzione e al principio di laicità, cerca di proporre in Italia “una strada diversa da quella dell’uso religioso, vocale, muscoloso e talora bellicoso”.
Garrone ha poi concluso il suo intervento con un’esortazione: “Noi vorremmo che tutto questo si traducesse nelle università, ma che si applicasse anche nel discorso pubblico e nella formazione scolastica, a partire proprio dai bambini. Ci riusciremo? Teniamo almeno conto che in questi discorsi incontreremo l’opposizione di qualcuno, l’insipienza degli altri e poi ci sarà il peso dello status quo”.
La conoscenza come primo gradino della relazione
A portare i propri saluti in apertura è stata anche la rettrice dell’Università di Roma “La Sapienza”, Antonella Polimeni, che non solo ha ricordato quanto le differenze costituiscano una realtà vissuta, più che un’eccezione da gestire, ma ha anche sottolineato l’importanza della religione per comprendere la complessità del presente e per fornire alle nuove generazioni strumenti di conoscenza, capacità critica e possibilità di incontro.
Il valore della conoscenza è stato rimarcato dal direttore del Dipartimento SARAS della “Sapienza Università di Roma”, nonché coordinatore scientifico del convegno, Alessandro Saggioro. Partendo dalla rievocazione dell’istituzione della prima cattedra di Storia delle religioni in Italia presso “La Sapienza” nel 1924, il direttore ha sottolineato il contributo che le diverse discipline e le conoscenze accademiche possono apportare alla società.
Da questa prospettiva, l’evento ha voluto proporre una visione dell’università come luogo di costruzione di reti di sapere e di pacificazione, dove la conoscenza rappresenta il primo, indispensabile tassello per elaborare relazioni fondate sul rispetto.
Per Irene Manzi, deputata e responsabile nazionale del Partito Democratico per la scuola, educazione dell’infanzia, istruzione e povertà educativa, l’evento costituisce uno spazio di confronto aperto in grado di tutelare la scuola da strumentalizzazioni. Al contempo, offre uno stimolo significativo alla politica: sia sulle modalità d’uso della religione, sia nel favorire una conoscenza in grado di riuscire a “superare la grancassa dell’indifferenza”.
Fra Stefano Cavalli, per l’istituto di Studi Ecumenici San Bernardino di Venezia, ha ricordato come al valore della conoscenza vada affiancato quello dell’accoglienza, più che della semplice inclusione, intesa come disponibilità a un arricchimento reciproco.
La convivialità delle differenze: percorsi educativi e teologici nel pluralismo
A moderare la sessione mattutina è stato Ernesto Borghi, biblista e presidente dell’ABSI. Borghi ha introdotto i relatori, chiamati ad affrontare il tema da prospettive teologiche, sociologiche, giuridiche e pedagogiche. Nel pomeriggio, a dare seguito ai lavori è stata Ilaria Valenzi, giurista e docente presso la “Sapienza Università di Roma” e consulente legale FCEI.
Il primo contributo della giornata è stato quello di Maria Chiara Giorda, professoressa ordinaria di Storia delle Religioni presso il Dipartimento di Studi Umanistici dell’Università Roma Tre, che ha proposto una riflessione incentrata sul tema “Diversità religiosa, spazio pubblico e scuola. Conoscere le religioni come pratica di pace”.
Giorda ha evidenziato che la superdiversità, l’intreccio e la coesistenza di religioni diverse sono un dato di fatto storico, sociologico e antropologico della nostra società, visibile innanzitutto nei luoghi delle religioni e nello spazio pubblico. In questa prospettiva, la conoscenza diretta e la frequentazione di tali luoghi aiutano a comprendere le differenze.
Tra gli spazi pubblici, la scuola assume un ruolo privilegiato nella costruzione di percorsi di conoscenza: un cambiamento è possibile, secondo Giorda, mettendo in dialogo l’insegnamento delle religioni al plurale con discipline fondamentali quali l’educazione alla cittadinanza e alla pace.
Gaetano Sabetta, professore di dialogo interreligioso presso la facoltà di Missiologia dell’Università Pontificia Urbaniana, ha proposto una riflessione incentrata su “La teologia del dialogo: educare alla diversità religiosa”. Alla domanda su “come può la teologia contribuire e aiutare rispetto alla diversità religiosa?”, la risposta proposta è la “Teologia Pubblica Comparativa”.
Per Sabetta, la “Teologia Pubblica” offre l’orizzonte, ovvero il bene comune, la convivenza, la pace e la cittadinanza responsabile, mentre la “Teologia Comparativa” offre metodo e contenuto: il confronto tra le tradizioni, la reciprocità e la possibilità di apprendere gli uni dagli altri.
La cornice sociopolitica e giuridica
Nel suo intervento su “Laicità, libertà religiosa, incognita del post-secolare”, Luca Diotallevi, professore di sociologia presso l’Università degli Studi Roma Tre, ha analizzato come la laicità e la libertà religiosa influenzino l’obiettivo della convivialità delle differenze.
Il relatore ha messo a confronto due diverse concezioni del rapporto tra politica e religione: da un lato, la laicità, interpretata come un assetto in cui lo Stato esercita il primato sullo spazio pubblico e la religione viene prevalentemente ricondotta alla sfera privata; dall’altro, la libertà religiosa, intesa come un modello pluralista nel quale diversi soggetti, religiosi e non religiosi, partecipano allo spazio pubblico senza che esso sia monopolizzato dal potere politico. Secondo il relatore, questo secondo modello favorirebbe la convivenza delle differenze.
A offrire una prospettiva giuridica sono stati invece Pierluigi Consorti, professore ordinario presso il Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università di Pisa, e Roberto Mazzola, professore ordinario presso il Dipartimento di Giurisprudenza, Scienze Politiche, Economiche e Sociali dell’Università del Piemonte Orientale.
Consorti, riflettendo su “Il blocco concordatario”, ha ripercorso l’evoluzione del Concordato – dai Patti del 1929 alla revisione del 1985 e al quadro normativo che disciplina l’insegnamento della religione cattolica nella scuola pubblica – proponendo alcune possibili vie giuridiche per ripensare la presenza della religione a scuola.
Per il giurista, “la convivialità delle differenze va fatta; non richiede di trasformare l’insegnamento della religione cattolica in qualcosa che giuridicamente non c’è oggi, ma può richiedere piuttosto di prendere sul serio la cultura religiosa e il pluralismo religioso come un obiettivo della formazione scolastica”.
Mazzola ha incentrato il suo intervento sul tema “Rapporto Stato-Chiesa: una lettura del mondo ecumenico”. Attraverso un’analisi tecnico-giuridica, il relatore ha valutato la possibilità giuridica di trasformare l’insegnamento della religione da confessionale a pluralista.
Pur rilevando i limiti dell’attuale quadro normativo rispetto a un modello più ampio di insegnamento, Mazzola ha indicato una possibile via d’uscita attraverso un’interpretazione evolutiva della normativa concordataria.
Il modello europeo
“L’insegnamento, anche in Italia, non è più catechismo e se in Italia siamo riusciti a dire questo, che non è poco, è grazie anche alle esperienze, alle sperimentazioni e agli studi scientifici che ci hanno preceduto in Europa”, ha spiegato Flavio Pajer, pedagogista, accademico e saggista, concludendo la sessione mattutina con una riflessione sugli “Insegnamenti scolastici delle religioni in Europa”.
Dalla sua relazione sono emersi alcuni elementi centrali per il dibattito italiano: il progressivo superamento dell’impostazione catechistica, la necessità di confrontarsi con i diversi modelli europei e il ruolo della ricerca scientifica nel guidare una possibile riforma della scuola italiana.
Un interesse della Repubblica
In conclusione, molti gli spunti emersi nel corso della mattinata. A riassumere il senso della sfida, ancora nelle parole di Garrone: “Il nostro compito è mostrare che il problema esiste, studiare delle soluzioni perché si arrivi ad ad un’assunzione del pluralismo religioso e culturale in un quadro di laicità, e convincere il maggior numero possibile di persone che questo non è un intento idealistico, ma un interesse della Repubblica”.
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Da Nev – Notizie evangeliche