I bisogni della scuola e la bandierina del burka

La scuola paga il prezzo più alto di questa strategia e di questo modello sociale che, più che all’integrazione, punta alla remigrazione

 

È un momento difficile per la scuola italiana, e soprattutto per i ragazzi e le ragazze nati in Italia da famiglie di immigrati. Molto spesso, italiani a tutti gli effetti. Paradossalmente, l’attentato a una insegnante di una scuola di Centocelle (Roma) da parte di un ragazzo italiano che si è perso nei meandri virtuali del suprematismo e dell’esibizionismo della violenza fisica, ha scatenato una serie di reazioni che hanno portato il governo ad annunciare una serie di provvedimenti che hanno suscitato molto rumore.

 

Forse troppo: un limite alla presenza di allievi di origine immigrata in ogni classe; il divieto di burqa; l’obbligo di apprendimento dell’italiano; le sanzioni contro le famiglie che non mandano i figli a scuola. Tutto un po’ alla rinfusa, ci pare, come a dare un segnale culturale e politico più che a cercare soluzioni vere e strategiche ai veri problemi della scuola. Ed è fondato il sospetto che questo pacchetto di provvedimenti abbia finalità propagandistiche interne alla competizione tra alcune forze politiche, ciascuna delle quali vuole dimostrare di non essere seconda a nessuno nel campo della sicurezza e del contrasto all’immigrazione.

 

Gli animi sono molto caldi, ma cerchiamo di ragionare con qualche dato oggettivo: gli alunni di origine straniera presenti nella scuola italiana non arrivano a un milione, e più del 65% di loro è nato in Italia: due su tre. La percentuale dei nati in Italia sfiora il 70% nella scuola primaria e supera l’80 in quelle per l’infanzia. Ipotizzando che questi ragazzi, nati o ben radicati in Italia, parlino un italiano almeno adeguato, il dato di coloro che hanno bisogno di un sostegno all’apprendimento della lingua si ridimensiona radicalmente. Oltretutto, che il tema dell’apprendimento della lingua costituisse una priorità delle politiche d’integrazione è noto da decenni, ma sono stati proprio i governi degli ultimi anni a sottrarre fondi destinati al potenziamento linguistico, talora rinunciando a ricorrere ai progetti europei che avrebbero potuto finanziarli.

 

Ma esaminiamo l’altro provvedimento che stabilisce una soglia del 30% di immigrati nella composizione delle classi. Il problema è avvertito solo in alcuni territori perché la percentuale dei nati all’estero che non ha frequentato scuole italiane è di un modesto 0,6% degli iscritti. Tutti gli altri hanno frequentato una o più classi in Italia e quindi dobbiamo considerarli già alfabetizzati nella nostra lingua. Tutto a posto, allora? Niente affatto, perché è vero che gli standard della scuola italiana sono troppo diversificati: in taluni contesti abbiamo scuole di eccellenza, mentre in altri le scuole devono misurarsi ogni giorno con i problemi della fatiscenza degli edifici, della carenza di docenti stabili, della mancanza di fondi per le attività integrative e di recupero, dell’abbandono scolastico.

 

Il problema vero, allora, non corre lungo la linea del livello di multietnicità ma su quella del contesto sociale e familiare. Le scuole-ghetto esistono ma comprendono anche e soprattutto ragazzi italiani che vivono in quartieri difficili, nei quali la scuola non è un valore ma un fastidio, l’abbandono è altissimo e prevalgono modelli di comportamento violenti e talora criminali.

 

In tutto questo, il divieto di niqab appare davvero una bandierina ideologica. Per niqab o burqa non si intende l’hijab, il semplice foulard indossato da tante ragazze musulmane, ma indumenti che lasciano intravedere solo gli occhi. Il niqab è tipico delle aree del Golfo e di alcune scuole islamiche molto tradizionaliste, assai scarsamente presenti in Italia. Esprime una cultura tradizionale che toglie visibilità e libertà alle donne. Ma il niqab è il simbolo, non la sostanza del problema. E se si vuole intervenire sul problema, occorre ben altro che un divieto scolastico: occorrono più integrazione, più spazi di dialogo con i musulmani, più collaborazione con gli enti islamici, più sostegno al dialogo interculturale e interreligioso. Da anni ormai, questa strada è stata abbandonata e le strategie di integrazione sono state definanziate.

 

E la scuola paga il prezzo più alto di questa strategia e di questo modello sociale che, più che all’integrazione, punta alla remigrazione. Chissà che cosa pensa il ragazzo congolese che ha salvato la sua professoressa dalle coltellate inferte dal suo italianissimo compagno di scuola.

 

La rubrica «Essere chiesa insieme» a cura di Paolo Naso è andata in onda domenica 4 ottobre durante il «Culto evangelico», trasmissione (e rubrica del Giornale Radio) di Rai Radio1 a cura della Federazione delle chiese evangeliche in Italia. Per il podcast e il riascolto online ci si può collegare al sito www.raiplayradio.it