Protezione e conoscenza contro l’esclusione

La scuola è per vocazione uno strumento di inclusione: le persone non possono essere considerate alla stregua degli oggetti

 

Nel corso delle ultime settimane, alcune questioni cruciali che riguardano l’accesso all’educazione, alcuni cambiamenti normativi in materia scolastica, e la partecipazione stessa alla vita democratica delle persone migranti e/o con background migratorio sono diventate oggetto di dibattito pubblico, politico e mediatico. A seguito dell’entrata in vigore del decreto sulla scuola, che stabilisce un tetto massimo del 30% alla presenza di studenti stranieri, e della rimozione, da parte di due agenti della Digos, di uno striscione con la scritta «Qui nessuno è stranier*», realizzato dai bambini di una scuola elementare di Genova – vicenda ancora in corso di chiarimento – sono stati numerosi i commenti di esperte ed esperti, docenti e rappresentanti di associazioni.

 

Tra le diverse reazioni, emergono due osservazioni che consentono di mettere in relazione la rilevanza della questione con due fenomeni distinti ma strettamente connessi: da un lato, la persistenza strutturale delle barriere all’ingresso in diversi ambiti della società; dall’altro, una tendenza, particolarmente evidente nelle piattaforme social, relativa alla polarizzazione del dibattito. Iniziamo da dati: come si legge nel 31° Rapporto sulle migrazioni a cura della Fondazione ISMU, la composizione del gruppo bambini e ragazzi con background migratorio in Italia si rivela eterogenea: «il 59,5% è costituito da bambine/i con background migratorio nati in Italia, l’11,7% è nato all’estero ma arrivato prima dei 6 anni, il 17% è immigrato tra i 6 e i 10 anni, e l’11,8% è arrivato a 11 anni o più». Quindi circa l’88% delle persone minorenni con background migratorio è già presente nei primi anni della scuola primaria. In tale quadro – afferma il rapporto – «il sistema scolastico italiano si configura come spazio privilegiato di incontro interculturale, specchio di una superdiversità in cui si attuano quotidianamente pratiche per l’inclusione formativa delle nuove generazioni italiane».

 

Nel 2024, ad accomunare i giovani, autoctoni e con background migratorio, soprattutto maschi, è il rischio di dispersione scolastica, superiore rispetto alla media dell’Europa a 27 e peggiore proprio per i ragazzi “stranieri” presenti in Italia rispetto ad altri paesi europei. Nonostante i progressi permangono pertanto delle disuguaglianze sistemiche legate ad elementi strutturali: persistenza di pregiudizi culturali e di una visione eurocentrica della società e del mondo, barriere sociali ed economiche che rendono difficile l’accesso a percorsi differenti dal contesto di provenienza. In un Paese in cui l’accesso al mercato del lavoro è ancora fortemente condizionato dalle reti sociali e relazionali, il background migratorio, gli stereotipi e i pregiudizi culturali si intrecciano con una ulteriore dimensione di accesso, quella di classe, che però mediaticamente difficilmente viene posta al centro dell’analisi.

 

E veniamo al secondo spunto di riflessione, la necessità, avvertita come urgente da una parte della cittadinanza, di una nuova grammatica narrativa, capace di sostituire la retorica della paura e della sicurezza con un linguaggio dell’ascolto e dell’approfondimento. Il lessico giornalistico ha un ruolo importante nel plasmare l’immagine della realtà: cambiare il modo in cui vengono raccontate le persone con background migratorio, le minoranze e le soggettività vulnerabili significa intervenire sulla percezione della società. In Italia il percorso è ancora agli inizi, nel Belgio francofono, per esempio, si applica un vero e proprio “cordone sanitario”, che limita la partecipazione di esponenti politici con posizioni razziste, discriminatorie e antidemocratiche, riducendone la visibilità. Non significa censurare le dichiarazioni ma trasmetterle in differita in modo che possano essere contestualizzate e, nel caso delle interviste, accompagnate da spiegazioni e correzioni.

 

In una fase caratterizzata da un flusso continuo di informazioni, che passano prevalentemente dai social network – secondo il 21° Rapporto Censis, l’82% degli italiani utilizza i social network e 7 italiani su 10 si informano utilizzando video brevi verticali e formati alternativi come i “meme” – scegliere prodotti giornalistici realizzati da collettivi della diaspora, conversazioni e contenuti proposti da esperte e attivisti razzializzati, può contribuire a diffondere “cordoni sanitari mediatici”. Come ha affermato Danilo De Biasio, direttore del Festival dei Diritti umani, «razzismo e suprematismo sono fratelli gemelli. Catalogano ossessivamente tutto. Ma i cataloghi sono usati per le merci, non per le persone. Tranne per razzisti e suprematisti che considerano gli esseri umani come cose».

 

Paola Barretta è portavoce dell’Associazione Carta di Roma