Le condizioni della libertà
Donne, risorse e capacità di scegliere. Sono temi ricorrenti, eppure la società sembra non evolvere quanto necessario: il caso dell’autonomia economica femminile è emblematico
Gli ottant’anni dal voto delle donne e i cinquant’anni della Federazione delle donne evangeliche in Italia (Fdei) sono stati ricordati insieme ad agosto a Torre Pellice domenica 23 agosto, nella tavola rotonda «Libere di scegliere, libere di essere» a cura della Fdei. Preparando l’intervento per quella sera mi sono accorta che i due anniversari sollevavano una domanda che va oltre la celebrazione: che cosa significa, davvero, essere libere di scegliere? Un particolare della vicenda del 1945-46 conserva ancora oggi una sorprendente attualità. Nel febbraio 1945 alle donne viene riconosciuto il diritto di voto. Possono scegliere, ma non ancora essere scelte. Solo nel 1946 potranno anche candidarsi ed essere elette.
Elettrici sì, eleggibili no. Non è soltanto una curiosità giuridica. Tra partecipare e concorrere alle decisioni esiste una differenza sostanziale. Le ventuno donne entrate nell’Assemblea costituente furono pochissime, ma contribuirono a lasciare nella Costituzione parole capaci di agire nel tempo, autentiche bombe a orologeria. Tra queste, nell’articolo 3, quelle che impegnano la Repubblica a rimuovere gli ostacoli economici e sociali che limitano di fatto la libertà e l’eguaglianza delle persone. Quelle due parole, di fatto, continuano a parlarci. Perché non basta che un diritto esista: occorre che esistano anche le condizioni per esercitarlo.
Questa riflessione riguarda anche la storia delle donne nelle nostre chiese. Conosciamo alcuni passaggi fondamentali, come l’accesso al ministero pastorale. Conosciamo meno la storia della partecipazione femminile agli organismi decisionali: quando le donne hanno cominciato a votare nelle assemblee? Quando hanno potuto essere elette e prendere parte ai luoghi in cui si decideva?
Ricostruire questa genealogia sarebbe un modo importante di celebrare il cinquantesimo della Fdei. Incontreremmo certamente le Unioni e i Gruppi femminili, non soltanto luoghi di servizio alle chiese, ma anche spazi di formazione, confronto e responsabilità. In altre parole, scuole di partecipazione. Ma le condizioni della libertà conducono anche su un terreno meno abituale quando parliamo di diritti delle donne: quello dell’autonomia economica.
Quando si affronta questo argomento pensiamo giustamente al lavoro, alle differenze occupazionali, alle carriere discontinue e al peso del lavoro di cura. Sono aspetti essenziali. Eppure, avere un reddito proprio non esaurisce l’autonomia economica. Autonomia significa anche poter comprendere e governare le proprie risorse: valutare un finanziamento, proteggere il risparmio, programmare il futuro e partecipare alle decisioni economiche che riguardano la propria vita. Qui emerge un paradosso. Le donne italiane, soprattutto tra le generazioni più giovani, sono mediamente più istruite degli uomini. E tuttavia le indagini continuano a mostrare un divario nelle competenze finanziarie.
Interpretare questo dato come una minore capacità delle donne sarebbe un errore. Piuttosto, sembra suggerire che il rapporto con il denaro non dipenda soltanto dallo studio, ma anche dalle occasioni concrete nelle quali impariamo a confrontarci con le decisioni economiche. L’Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) parla di socializzazione finanziaria: il modo in cui impariamo a rapportarci al denaro attraverso le esperienze quotidiane, la famiglia, la scuola, le relazioni, gli esempi che osserviamo.
Non impariamo soltanto studiando. Impariamo facendo. La domanda non è che cosa manca alle donne o alle ragazze, ma se ragazze e ragazzi incontrino davvero le stesse opportunità per familiarizzare con questi temi e sentirsi autorizzati a occuparsene.
Il principio è semplice: si impara a partecipare partecipando. E si impara a decidere decidendo. Questa constatazione cambia anche il modo di guardare all’educazione finanziaria. Se la vulnerabilità economica dipende anche da fattori relazionali e sociali, la risposta non può limitarsi alla trasmissione di nozioni tecniche. Diventano importanti i contesti nei quali le persone acquisiscono fiducia nelle proprie capacità, si confrontano e sperimentano forme di partecipazione e responsabilità.
Una conferma interessante proviene dal Ghana. Il 5 settembre 2026, durante la conferenza della Women’s Fellowship della diocesi metodista di Northern Accra, la vicepresidente della Repubblica Naana Jane Opoku-Agyemang, prima donna a ricoprire quella carica nel Paese, ha invitato le organizzazioni femminili metodiste ad affiancare alle attività di fede e servizio percorsi dedicati a competenze digitali, alfabetizzazione finanziaria, imprenditorialità e mentoring. Ha sottolineato che autonomia economica e sviluppo del Paese sono strettamente collegati e che competenze, sostegno e accompagnamento possono trasformare la conoscenza in opportunità concrete. Colpisce soprattutto il destinatario dell’appello: non una banca o un’Università, ma una comunità di donne di chiesa, riconosciuta come luogo capace di generare fiducia, relazioni e crescita personale.
Che cosa possono essere oggi le Unioni e gli altri luoghi di incontro delle donne nelle nostre chiese? Non necessariamente luoghi in cui organizzare corsi di finanza, ma spazi nei quali parlare delle proprie risorse e del proprio futuro sia naturale; in cui nessuna si senta fuori posto nel fare una domanda e donne di età, storie e provenienze diverse possano condividere esperienze, competenze e responsabilità. Scuole di partecipazione, ancora una volta. E forse anche scuole di autonomia. Occuparsi delle proprie risorse non significa diventare più interessate al denaro. Significa riconoscere che anche le condizioni materiali fanno parte della libertà.
Ottant’anni fa altre donne ci hanno lasciato parole capaci di lavorare nel tempo: «senza distinzione di sesso», «di fatto». Forse la domanda che ci consegnano oggi è semplice: quali condizioni rendono davvero possibile scegliere? E quali, invece, continuano silenziosamente a limitarci?