Cristo e l’identità della chiesa
Una comunità di fede, sollecitata dalla parola biblica, che accoglie orientamenti diversi
Nel Catechismo di Ginevra del 1542, Calvino definisce la chiesa universale come «la compagnia dei fedeli che Dio ha ordinati ed eletti a vita eterna». Non è esplicitato lʼoggetto della fede, ma dalle frasi successive e dal contesto è evidente il riferimento a Gesù Cristo, Figlio di Dio. Per Calvino, lʼappartenenza alla chiesa universale si riconduce al decreto eterno di Dio, prima ancora che alla decisione o alla professione di fede di chi crede, che ne costituiscono la testimonianza esplicita.
Oggi non è affatto ovvio che lʼespressione «compagnia dei fedeli» sia intesa come chiesa di Cristo: la fede viene ormai pensata più come questione di scelta individuale che non anzitutto come decisione salvifica di Dio. Anche chi non crede “in Cristo” può intendere la fede come adesione personale a un proprio Credo. Lʼappartenenza alla «compagnia», seppure tenuta in considerazione, rischia di assomigliare più allʼadesione a unʼassociazione di carattere spirituale o sociale, che non allʼessere incorporati da Dio in Cristo.
Tale mutamento, pur nelle cause complesse che lo hanno prodotto, ha anche conseguenze positive. Contribuisce infatti a mitigare alcuni aspetti fortemente impersonali della “chiesa di popolo”, che per tanti secoli valse quasi come unica forma, socialmente obbligatoria per chiunque, di appartenenza visibile a Cristo. Tuttavia lʼodierno modo di intendere il rapporto con la chiesa da parte di chi, almeno formalmente, ne è membro, può condurre a vederla come un corpo estraneo, frapposto al proprio libero rapporto personale con Dio.
Sintetizzando, forse in modo semplicistico: la chiesa mi sta bene quando pensa e sostiene grosso modo ciò che penso e sostengo io; quando invece questo non accade, non mi riconosco in essa, non la riconosco come la mia chiesa. Ora, questo modo di rapportarsi può essere del tutto comprensibile nei confronti di un partito politico, nel decidere di dargli o negargli il proprio voto, perché quella è appunto la sua funzione: aggregare persone che condividono idee, sentimenti, interessi simili. Ma, riguardo alla chiesa, può segnalare una inadeguata comprensione di ciò che essa è. Non aggrega persone che la pensano allo stesso modo, ma accoglie coloro che Dio chiama a credere in Gesù Cristo: è una comunità di fede, non di pensiero. Il suo centro non è in se stessa, ma altrove.
La chiesa – almeno la sua parte visibile, istituzionale – vive nel mondo. Benché la sua vocazione sia la predicazione e la testimonianza dellʼevangelo, non può esimersi dal confrontarsi con ciò che avviene nel mondo. Senza questo confronto, si ridurrebbe a una conventicola impermeabile alla società esterna, rivolta esclusivamente alla propria vita comunitaria e incapace di testimoniare qualcosa al di fuori del suo stretto ambito. Proprio nella tensione fra il centro costitutivo della chiesa – il quale è altrove, su un piano diverso – e il suo essere nel mondo, sorgono spesso incomprensioni, opposizioni, fratture. La questione di che cosa la chiesa sia e di cosa sia chiamata a dire e a fare nel mondo si ripropone di continuo.
Non è ormai così raro, nel nostro ambito ecclesiale, sentire frasi del tipo: “Non mi riconosco più in questa chiesa”, o prendere atto di dimissioni dalla chiesa da parte di persone che non condividono determinate decisioni sinodali o comunitarie. Una chiesa, tanto più evangelica, dovrebbe essere un luogo nel quale poter esprimere il proprio dissenso rispetto alla posizione prevalente, senza dover concludere che quella non sia più la propria chiesa.
È allora opportuno che i membri delle nostre chiese, nellʼesprimersi riguardo ad avvenimenti del mondo o ad aspetti non sempre capitali della fede cristiana, usino cautela nellʼassumere posizioni che implichino giudizi su chi o su che cosa sia o meno “cristiano”. Occorre tenere presente che lʼopinione maggioritaria non può diventare un semplice silenziamento delle altre voci. La chiesa non deve dimenticare – la nostra in particolare – di essere stata, almeno per qualche secolo in Europa, minoranza, né che la verità della fede non coincide sempre con la forza numerica.
Dʼaltro canto, è altrettanto opportuno non considerare quasi ogni questione sollevata, per quanto scottante, un punto sul quale la chiesa sta o cade, ossia un motivo per decidere se ci si riconosca o meno nella chiesa di cui si è membri. Nella chiesa ci si riconosce come credenti in Cristo, e non perché essa rifletta più o meno bene la nostra immagine. E la chiesa è a sua volta chiamata a riconoscere la fede dei suoi membri alla luce di Cristo e del suo evangelo, non necessariamente a considerare le loro convinzioni personali come elementi di fede – neppure quelle sullʼinterpretazione del testo biblico.
La Chiesa evangelica valdese ha, nel suo simbolo, una Bibbia aperta con sopra una candela accesa che la illumina. È la fiamma di quella candela il centro della fede. Senza quella fiamma, neanche la Bibbia può essere davvero compresa: senza la viva luce di Cristo, neppure il testo biblico può essere riconosciuto come la Parola che gli rende testimonianza. La chiesa sta o cade, esiste o non esiste come tale, in virtù di quella luce – e di essa soltanto. Possiamo riconoscerci con certezza come parte della chiesa se quella luce ci illumina e ci permette di riconoscere gli altri e le altre che ci stanno attorno, in tutta la loro problematica diversità di opinioni e di provenienze terrene, come sorelle e fratelli in Cristo: venuti alla luce insieme e insieme amati dallo stesso Padre.