Libano: continuare a curare, nonostante tutto

Il resoconto dell’ultima missione di Medical Hope in Libano, attraverso il racconto del dottor Luciano Griso. In cantiere nuove collaborazioni con organizzazioni che lavorano nell’area

 

L’8 luglio si è conclusa la seconda missione dell’anno, in ritardo rispetto alla scadenza usuale, per l’invasione del Libano da parte di Israele che sta devastando il Sud, sottoposto alla cosiddetta “cura Gaza” che prevede la completa distruzione di villaggi ed infrastrutture civili in modo da rendere inabitabili i territori occupati.

A ciò si è aggiunto, nel determinare il ritardo, un incidente occorso al sottoscritto… laddove si dimostra quanto mai opportuno l’inciso Inshallah, che in queste zone usano quando si fissano dei progetti…

Dal punto di vista politico generale non c’è molto da aggiungere a quanto è sotto gli occhi di tutti.

 

Israele non ha alcuna intenzione di abbandonare il Sud del Libano che considera parte del progetto Eretz Israel e ciò toglie ogni prospettiva di pacificazione perché Hezbollah lega un suo eventuale disarmo al ritiro completo dello stato ebraico dai territori occupati.

I ripetuti cessate il fuoco firmati dal governo libanese a Washington con Israele rappresentano quindi una foglia di fico dietro cui non si vede una possibile soluzione.

La guerra continua come prima con l’unica differenza rispetto ad un paio di mesi fa che, al momento, Beirut è risparmiata.

Risulta così comprensibile l’atmosfera che pervade le discussioni con i nostri interlocutori. Disincanto si potrebbe definire: tutti dichiarano di sperare che questa sia la volta buona ma nessuno ci crede.

 

La sensazione di precarietà e di insicurezza in cui questo Paese vive da anni e che rende programmi personali a lungo termine impossibili, spiega come la massima aspirazione di ognuno sia quella di poter emigrare. Non è quindi un caso che i libanesi che vivono all’estero siano il triplo della popolazione residente dentro i confini.

Per rifugiati siriani e migrant workers la situazione è ancora peggiore.

I primi sono sottoposti a forti pressioni per ritornare in Siria, qualche centinaio di migliaia l’hanno fatto ma il grosso resiste perché – come dimostrano in questi giorni gli attentati a Damasco e l’occupazione israeliana di alcuni villaggi ben all’interno della Siria –, non vi è sicurezza e non vi sono segni di ripresa economica.

Molte migrant workers hanno, a loro volta, perso il lavoro sia come conseguenza della crisi economica sia del fatto che per quelli residenti nel Sud è impossibile rientrare nelle proprie case ed il futuro si prospetta   assolutamente incerto.

 

La missione si è svolta secondo i criteri soliti.

Abbiamo effettuato 137 visite mediche e 38 controlli odontoiatrici ai bambini della Ramallah school a Shatila. Il numero delle visite è superiore alla nostra media per il più lungo intervallo che ha separato questa missione dalla precedente. È da segnalare anche il fatto che, a causa del rientro di alcuni pazienti in Siria e degli sfollamenti interni dovuti alla guerra, è stato particolarmente complesso costruire la lista di prenotazione per le visite.

Gli ambulatori sono stati effettuati a Beirut (Geitawi, Shatila, Bourj Hammoud – sede MSF -, Myne Lab) a Chtoura Hospital, a Tripoli-Islamic Hospital.

 

Le visite si sono svolte regolarmente e senza alcun incidente.

La situazione della cooperazione internazionale in Libano risente fortemente della contrazione dei finanziamenti erogati dai governi che hanno seguito la linea dettata da Trump.

Questo spinge le Ong a cercare dei modi per continuare in modo efficace la loro azione pur con finanziamenti ridotti. La cooperazione è una di queste modalità, ed è una corrente in cui vogliamo inserirci nel tentativo di moltiplicare il valore del nostro budget.

Abbiamo per questo incontrato dei potenziali partners con cui abbiamo stabilito future interazioni.

 

Terres des Hommes, il cui campo di intervento è quello educativo e di protezione dell’infanzia, a cui potremo inviare sia bambini siriani che non possono accedere all’istruzione pubblica perché, in quanto siriani, sono esclusi dai programmi scolastici (una delle modalità usate dal Governo libanese per costringere i Rifugiati a lasciare il Paese), sia giovani/e dai 18 anni in su che, non potendo frequentare la scuola, potrebbero essere inseriti in programmi di avviamento al lavoro.

Il secondo potenziale partner che abbiamo incontrato è la responsabile della missione battista americana INSAAF, Mrs Melanie.

Si tratta di una Associazione che lavora in Libano dal 2015 ed il cui target principale è costituito dalle migrant workers (seguono solo donne e bambini). Ciò rende questa Associazione il nostro partner ideale perché condividiamo un settore di intervento che per noi col tempo è diventato sempre più importante.

 

Queste donne sono seguite anche dal punto di vista sanitario, pur non avendo personale medico, finanziando per loro spese mediche.

È evidente come una integrazione del lavoro in questo settore può portare vantaggi ad entrambi. A noi perché permetterebbe di finanziare spese mediche per migrant workers che altrimenti non potremmo affrontare, a loro perché potrebbero contare su un partner affidabile cui inviare persone con problematiche sanitarie.

Il terzo partner è l’associazione internazionale Arc en ciel che lavora nel campo dei portatori di handicap fisici.

Fornisce gratuitamente ogni tipo di supporto di tipo ortopedico (carrozzine, anche elettriche, tutors, fisioterapia etc,). Per noi, che non possiamo permetterci di affrontare spese in questo campo, è una collaborazione preziosa.

 

L’allargamento dei nostri partners rende più attuale la necessità che un/una operatore/trice – oltre all’infermiera e all’assistente sociale – possa essere presente in Libano con una certa regolarità. Speriamo che questo possa realizzarsi per il miglior funzionamento del progetto.

 

Da www.ucebi.org