Sparatorie e detenzione ICE: la mobilitazione delle chiese USA
Panoramica sulle azioni delle chiese statunitensi
Due persone sono morte, a distanza di meno di una settimana, in sparatorie che hanno coinvolto agenti dell’Immigration and Customs Enforcement (ICE), l’agenzia statunitense responsabile del controllo dell’immigrazione e delle dogane.
Il primo episodio è avvenuto il 7 luglio a Houston, in Texas, dove ha perso la vita Lorenzo Salgado Araujo, 52 anni, cittadino messicano emigrato negli Stati Uniti circa 35 anni fa. Il secondo si è verificato il 13 luglio a Biddeford, nel Maine, dove è stato ucciso Joan Sebastián Durán Guerrero, 25 anni, originario della Colombia.
Secondo le informazioni diffuse dal Department of Homeland Security (DHS), nessuno dei due uomini era il destinatario dell’operazione ICE in corso. Entrambi i casi hanno inoltre sollevato interrogativi e contestazioni rispetto alla prima ricostruzione fornita dalle autorità.
Né Salgado Araujo né Durán Guerrero risultavano armati al momento degli eventi. Le autorità hanno tuttavia sostenuto che, in entrambi i casi, i veicoli coinvolti rappresentassero una potenziale minaccia, una circostanza contestata dai familiari e da alcuni testimoni e tuttora oggetto di accertamenti.
Le reazioni delle comunità religiose non sono tardate.
Le dichiarazioni dei vescovi metodisti
Tra il 10 e il 14 luglio, i vescovi della United Methodist Church Cynthia Fierro Harvey e Rubén Saenz Jr., in Texas, e Thomas J. Bickerton, nel New England, hanno chiesto un’indagine immediata sugli episodi, maggiore trasparenza sulle prove raccolte dalle autorità federali e e un cambiamento sostanziale nelle modalità operative dell’ICE.
Per la comunità metodista dell’area di Houston, la morte di Salgado Araujo è stata un duro colpo. A circa tre chilometri dal luogo della sparatoria si trova infatti Mission Milby, un centro sostenuto dalla chiesa metodista e frequentato anche dalla moglie della vittima per attività di ginnastica femminile.
L’organizzazione opera nel quartiere di East End, area storicamente caratterizzata da una forte presenza migrante, offrendo programmi educativi, sostegno alle famiglie e iniziative contro la povertà.
La mobilitazione a Delaney Hall
Il 13 luglio, in seguito alla notizia del decesso di Lorenzo Salgado Araujo, oltre cento leader religiosi provenienti da diverse confessioni si sono riuniti presso la First Presbyterian Church di Newark, nel New Jersey, per una giornata di mobilitazione dedicata ai diritti degli immigrati.
L’iniziativa faceva parte del programma “All Roads Lead to Delaney Hall”, organizzato principalmente da Faith in New Jersey, realtà affiliata alla rete nazionale Faith in Action, una coalizione multireligiosa e apartitica che riunisce comunità negli Stati Uniti.
Al termine dell’incontro, i partecipanti hanno raggiunto il centro di detenzione per immigrati di Delaney Hall, nel New Jersey, dove si è svolta una protesta contro le politiche migratorie e il sistema di detenzione.
I leader religiosi hanno rivolto le proprie critiche al Department of Homeland Security (DHS), all’Immigration and Customs Enforcement (ICE) e al GEO Group, la società privata che gestisce la struttura, chiedendo la chiusura del centro e denunciando quelle che definiscono condizioni di detenzione disumane.
La denuncia della Chiesa presbiteriana e i finanziamenti all’ICE
Già il 13 maggio, la Presbyterian Church (USA) aveva pubblicato una dichiarazione di preoccupazione per i decessi nei centri di detenzione per immigrati e per le condizioni del sistema detentivo gestito dall’ICE.
Attraverso l’Office of Advocacy and Witness, parte dell’ Interfaith Immigration Coalition insieme ad altre organizzazioni religiose tra cui la United Methodist Church, l’Evangelical Lutheran Church in America (ELCA) e la United Church of Christ (UCC), la denominazione aveva sostenuto iniziative contro l’aumento dei finanziamenti destinati alle agenzie federali per l’immigrazione.
Il Secure America Act, firmato dal presidente Donald Trump il 10 giugno 2026 dopo l’approvazione del Congresso, ha stanziato circa 70 miliardi di dollari destinati alle operazioni di controllo dell’immigrazione, comprese quelle dell’ICE e della Customs and Border Protection (CBP).
I numeri della detenzione e degli arresti
Secondo il National Immigration Project, si sono registrati numerosi decessi nei centri di detenzione ICE, alimentando le richieste di maggiore trasparenza sulle condizioni di custodia.
Sul fronte dell’enforcement, le statistiche diffuse dall’ICE e riprese da fonti giornalistiche indicano che attualmente risultano detenute nei centri ICE 65.765 persone, di cui 39.576 (circa il 60%) con condanne penali o accuse penali pendenti. Nell’anno fiscale statunitense 2026, iniziato il 1° ottobre 2025, l’agenzia ha inoltre effettuato 356.389 deportazioni.
Nel solo mese di giugno 2026, l’ICE ha registrato 43.138 arresti, il livello mensile più elevato dall’inizio del secondo mandato del presidente Donald Trump.
Le reti di sostegno
A partire da maggio, presso Delaney Hall, la United Methodist Church e altri partner interreligiosi hanno collaborato alla gestione di una tenda di accoglienza per le famiglie delle persone detenute nella struttura. I volontari forniscono generi alimentari, giochi per i bambini in attesa dell’ingresso e abiti di ricambio per i visitatori a cui viene negato l’accesso per violazioni del codice di abbigliamento del centro.
Le attività comprendono inoltre raccolte fondi, veglie di preghiera, campagne di scrittura di lettere ai detenuti, visite a persone prive di una rete familiare o sociale e iniziative di formazione sui diritti dei cittadini nell’osservazione delle attività dell’ICE sul territorio.
A queste iniziative si aggiunge il lavoro dell’Immigration Law & Justice Network (ILJ Network), rete nazionale nata nel 1999 come iniziativa della United Methodist Church per offrire servizi legali in materia di immigrazione.
Da Nev-Notizie Evangeliche