Se nel 2001 le nostre idee erano “possibili”, sono poi diventate “necessarie”
Intervista a Vittorio Agnoletto, portavoce del Genoa Social Forum ai tempi del G8 nel capoluogo ligure
Un quarto di secolo fa, a Genova, si consumavano alcuni dei capitoli più bui della storia repubblicana italiana. Sono state scritte pagine e pagine su ciò che successe in quei giorni, giorni che cambiarono le vite di molti. Per sempre. Inutile, purtroppo, ritornare sull’argomento come ha ben sentenziato Michelangelo Fournier, ex dirigente della Mobile che, unico, ha denunciato quel che successe dalla parte delle forze dell’ordine. Infatti alla domanda del giornalista del Tg1 che chiedeva se qualcuno avrebbe trovato il coraggio di dire che era sotto quel casco, in quei giorni, in particolare modo alla scuola Diaz, ha risposto: «Ma assolutamente no».
E allora proviamo a guardare oltre. Con Vittorio Agnoletto, all’epoca portavoce del Genoa Social Forum, ai tempi del G8 e in seguito europarlamentare.
A un quarto di secolo cosa si sente di dire in merito alle idee che il Forum portava avanti? «Non mi piace che né io né il Genoa Social Forum venga considerato come una cassandra ma è proprio così. 25 anni fa denunciavamo che il 20% della popolazione mondiale possedeva l’80% della ricchezza totale. Oggi siamo passati all’8%, e il 40% della popolazione ha meno del 3% dell’intera ricchezza. Avevamo previsto che se si fosse continuato in questa direzione avremmo visto un mondo dove avrebbe regnato l’ingiustizia sociale, ci sarebbero stati devastanti cambiamenti climatici, ci saremmo ritrovati con milioni di persone che avrebbero abbandonato i loro paesi di origine: questa era il rischio di un mondo dove la finanza prevaleva sull’economia». E purtroppo è sotto gli occhi di tutti che così è stato.
«Il cuore della questione riguarda i grandi fondi, le grandi finanziarie che governano la politica mondiale e hanno bisogno, continuo, di crescere, e questo accade soltanto con la guerra, con l’industria degli armamenti, con i grandi piani per la ricostruzione al termine delle ostilità. Con questo modello di sviluppo i conflitti ci accompagneranno negli anni a venire». Ma la situazione anche sotto questo aspetto è cambiata rispetto al 2001. «In quegli anni – aggiunge Agnoletto – c’era un tentativo di giustificarsi di fronte ad alcune scelte motivandole come a esempio adducendo l’”esportazione della democrazia”. Oggi invece non è più così, regna la legge del più forte. L’architettura internazionale, costruita nel dopoguerra in modo da dare un equilibrio internazionale è stata cancellata, azzerata».
Con Genova una parte del movimento viene fortemente ridimensionata. «Certo, questo è successo soprattutto per la parte europea mentre in altre zone, come in Sud America, ancora per altri 10 anni, ci sono state sperimentazioni che hanno funzionato molto bene.
Ma se 25 anni fa le nostre idee erano “possibili”, sono poi diventate “necessarie” per arrivare all’oggi, e oggi sono urgenti; e questa urgenza è dettata dal fatto di essere fortemente a rischio come specie viventi, l’uomo per primo. I movimenti devono riprendere vigore globale con un filo diretto con il locale». Quindi c’è uno spiraglio, c’è ancora ottimismo. «Assolutamente sì! Oggi ci sono molte campagne giuste per cui ci si batte; è fondamentale mettersi in rete perché da soli non si va da nessuna parte. Il Genoa Social Forum era un esempio di trasversalità non ideologica. E negli ultimi mesi abbiamo visto, rimanendo qui in Italia, due momenti in cui uno spiraglio di un mondo diverso si è manifestato. Parlo della grande mobilitazione, soprattutto giovane, nelle manifestazioni per la Palestina e il voto al referendum dello scorso marzo, in cui i giovani e le giovani hanno mandato un segnale ben preciso, hanno detto che ci sono. E che si può cambiare».
Per chi volesse approfondire l’argomento, si può leggere l’ultimo libro di Agnoletto: Il G8 di Genova – Ieri, oggi e domani, Tab Editore.
Nella foto Vittorio Agnoletto con Haidi Giuliani