Per una negoziazione sociale delle intelligenze artificiali

Aspetti aziendali, ruolo degli Stati, corredo etico: le molte attenzioni da rivolgere a un fenomeno complesso

 

L’intelligenza artificiale ha la comprensione di una caffettiera, afferma Luciano Floridi in un’intervista di qualche giorno fa pubblicata da Vanity Fair. A questo punto rimane da capire perché un papa abbia ritenuto di impegnare un’intera enciclica per una caffettiera?

In realtà la discussione sull’anima degli algoritmi è del tutto fuorviante.

Il Bancomat, molti anni fa ormai, non pose questi dilemmi sulla coscienza dei sistemi di calcolo, eppure ha cambiato radicalmente parte delle nostre attività, riprogrammando l’idea stessa di fare banca.

 

Oggi siamo molto più avanti, e come spiega il professor Nello Cristianini nel suo saggio La Scorciatoia (Il Mulino) «le macchine non comprendono il senso che noi umani diamo al termine, ma possiedono abilità emergenti e concetti astratti con cui coltivano le proprie capacità».

Siamo così sul bordo di un salto di specie, in cui i sistemi computazionali arrivano a elaborare concetti riformulando istruzioni e ricavando conseguenze dalle proprie elaborazioni.

 

Intanto una premessa terminologica, prima di proseguire nel percorso. La intelligenza artificiale, non esiste, esistono oggi Le intelligenze artificiali che ci spingono a comprometterci quando ne scegliamo una. Siamo infatti dinanzi a una gamma di soluzioni estremamente differenziate, per forme di addestramento, corredo etico, opportunità di personalizzazione. Dunque, quando indichiamo una soluzione dobbiamo assumerci la responsabilità di esplicitare la nostra scelta da cui gli interlocutori comprendono i nostri obbiettivi.

E qui veniamo, nella diatriba fra umanesimo e tecnica, al nodo che a mio parere non può essere esorcizzato. Questi dispositivi non sono macchine che materializzano una tecnologia, ma interessi che adottano come forma di espressione l’informatica.

 

Mi spiego: nel secolo scorso, quando si trattò di rapportarci al fordismo, ossia a quel sistema di organizzare la società e non solo la produzione, si pose con forza la necessità di negoziare  l’interesse padronale per civilizzare l’ambiente industriale. In pochi decenni prese forma una vera civiltà tecnologica che produsse la società industriale avanzata, segnata dal welfare, dalla sanità pubblica, dalla scuola come servizio sociale.

Oggi siamo a un tornante simile.

 

Io penso che quella che abbiamo intorno sia una forma di capitalismo digitale che al momento si esprime senza nessun limite, confiscando beni pubblici, quali i dati, e finalizzando i sistemi di calcolo agli interessi di una ristretta élite di proprietari, quelli che chiamo i calcolanti.

In questo scenario stiamo assistendo a un imprevedibile colpo di scena: proprio i calcolanti, i monopolisti della Silicon Valley, sollecitano un ruolo dello Stato, addirittura come azionista. È il segno che proprietari e centri di governo convergono in un unico interesse: il controllo sociale. I calcolanti vogliono limitare l’accesso al mercato da parte di competitori innovativi, e gli Stati, come l’amministrazione Trump dimostra, pretendono di avere un diritto di primogenitura su tecnologie che indubbiamente afferiscono alla sicurezza nazionale.

 

Un patto che rischia di oscurare ogni opzione democratica. Proprio il carattere bellico di queste tecnologie, che collegano i conflitti militari alla cybersecurity, come scrive Arturo Di Corinto nel suo ultimo saggio Guerra Profonda (Luiss Edizioni), costringe il sistema digitale a fare i conti con il concetto di sicurezza. Ma questo carattere dual use, che rende le tecnologie identiche sia per un uso militare sia civile, dovrebbe imporre più trasparenza e condivisione, e non meno.

Il vero buco nero a questo punto non è discutere sull’anima degli algoritmi quanto invece elaborare esperienze e pratiche di negoziazione sociale delle intelligenze artificiali, mettendo in campo componenti della società civile, come le città o i centri di ricerca o ancora le categorie professionali, come medici e giornalisti, per concertare struttura e obbiettivi di questi apparati numerici che mirano direttamente, lo scrive proprio Papa leone nella sua enciclica Magnifica Humanitas, a subornare la nostra mente, e interferire sulle nostre forme di attenzione.

 

A un dominio dei calcolanti, bisogna oggi rispondere con una cultura di autoorganizzazione dei calcolati che rivendichino il carattere pubblico, e non statale, di risorse che si basano su beni collettivi come appunto dati e calcolo.

 

Michele Mezza è stato per molti anni giornalista Rai, dove è stato ideatore di RaiNews24; docente all’Università Federico II di Napoli. Suo ultimo libro è Guerre in codice. Come le intelligenze artificiali resettano la democrazia (Donzelli, 2025)