Disarmare la guerra delle parole
Il ruolo delle chiese di fronte a un linguaggio aggressivo e bellicista
Il motto romano Si vis pacem, para bellum continua a esercitare un fascino ambiguo. Sembra realista, persino inevitabile: se vuoi la pace, devi prepararti alla guerra. Ma oggi – come mostrano Alessandro Zaccuri1 e Federico Faloppa2 – la guerra non si prepara soltanto con gli arsenali. Si prepara con le parole. E quando le parole diventano armi, il disarmo non riguarda più solo gli eserciti: riguarda il linguaggio, l’immaginario, la relazione.
Il motto latino nasce in un contesto in cui la stabilità dell’Impero dipendeva dalla forza militare. La pace era concepita come “assenza di guerra” garantita dalla superiorità armata. Questa logica ha attraversato i secoli: ancora oggi, la maggior parte delle politiche di sicurezza si fonda sull’idea che la pace richieda armamenti sempre più sofisticati, capacità di risposta immediata, e un equilibrio di potere che scoraggi l’aggressione. Tuttavia, questa visione presenta tre limiti strutturali: la deterrenza non elimina la paura, la istituzionalizza; la corsa agli armamenti genera insicurezza reciproca, perché ogni potenziamento di una parte è percepito come minaccia dall’altra; la pace ridotta a equilibrio di forze è fragile, perché dipende da condizioni esterne e non da trasformazioni interiori o relazionali.
Il disarmo, in questo quadro, appare impossibile o pericoloso. Ma l’Evangelo apre un’altra strada: la pace come riconciliazione. Le Scritture, infatti, soprattutto nei testi di Matteo 5, 22-24 e Genesi 4, 9-15, propongono un paradigma radicalmente diverso: la pace nasce dalla responsabilità reciproca, dalla riconciliazione e dalla limitazione della violenza. Il disarmo, in questa prospettiva biblica, non è ingenuità ma un atto di maturità etica e spirituale.
Nel discorso della montagna, Gesù sposta l’attenzione dalla violenza fisica alla radice interiore del conflitto. Non si limita a proibire l’omicidio: denuncia l’ira, l’insulto, la rottura della relazione. E aggiunge un imperativo sorprendente: prima di presentare l’offerta a Dio, occorre andare a riconciliarsi con il fratello. Qui la pace non è un equilibrio di potere, ma un cammino di responsabilità personale.
Tre elementi sono decisivi: la pace nasce dalla qualità delle relazioni, non dalla forza delle armi; la riconciliazione è prioritaria rispetto al culto, cioè rispetto a ogni altra attività, anche religiosa; La pace è un’azione preventiva, che interviene prima che il conflitto degeneri. In questa prospettiva, il disarmo non è un gesto politico isolato, ma un processo spirituale: disarmare il cuore per disarmare le mani.
Nel suo articolo pubblicato su “Domenica” de Il Sole 24 Ore del 5 luglio, Zaccuri avverte che le “parole di guerra” non sono semplici metafore: sono dispositivi che ci dispongono alla violenza. Normalizzano la conflittualità, rendono plausibile l’ostilità, costruiscono un mondo diviso in fronti. Federico Faloppa, nel suo saggio Disarmare il discorso, mostra come la militarizzazione del linguaggio sia diventata pervasiva: “difficile, oggi, non mettersi l’elmetto, anche a parole”. La pandemia, le crisi globali, le tensioni geopolitiche hanno trasformato il discorso pubblico in un campo di battaglia: “invasioni”, “trincee”, “nemici”, “resistenze”, “offensive”. Questo lessico non è neutrale. Prepara la guerra prima che la guerra scoppi. E ci riguarda come chiese, come cittadini, come lettori della Bibbia.
La violenza nasce dalla parola. Il Vangelo lo sa bene. In Matteo 5, 22-24 Gesù sposta l’attenzione dall’omicidio all’insulto: «Chiunque dice al fratello: “stolto”, sarà sottoposto al giudizio». La violenza comincia nella parola che degrada, che separa, che costruisce un nemico. Per questo Gesù chiede di riconciliarsi prima di presentare l’offerta: la pace non è un equilibrio di potere, ma un lavoro di relazione. Non si prepara con le armi, ma con la responsabilità. Genesi 4, 9-15 racconta la prima uccisione della storia. Dio non chiede a Caino «perché hai ucciso?», ma «Dov’è tuo fratello?». La domanda è etica prima che giudiziaria: la pace nasce dalla custodia reciproca. Il segno posto su Caino non è vendetta, ma limite alla spirale della violenza. È un gesto di disarmo: Dio impedisce che il male generi altro male.
La Bibbia, dunque, non conosce la logica del nemico. Conosce la logica del fratello. Mettere insieme Si vis pacem, para bellum, Matteo 5, Genesi 4 significa confrontare due modelli di pace. Da una parte il modello della forza che vede la pace come assenza di guerra garantita dalle armi; che vede l’altro come potenziale nemico; la sicurezza esterna dipendente dalla ricerca tecnologica militare; il linguaggio bellico come propedeutico al conflitto. Dall’altra parte il modello della custodia che vede la pace come qualità delle relazioni; l’altro come fratello; la sicurezza relazionale quale etica spirituale; il linguaggio riconciliato preparatorio della pace. Il primo modello produce paura. Il secondo produce responsabilità.
Il disarmo – militare e linguistico – non è ingenuità: è maturità spirituale. È la scelta di non lasciarsi definire dalla paura. È la decisione di non accettare la logica del nemico. È la volontà di custodire il fratello. Per le chiese evangeliche questo significa vigilare sul linguaggio pubblico ed ecclesiale; denunciare la militarizzazione delle parole; promuovere pratiche di riconciliazione; sostenere politiche di riduzione degli armamenti; educare alla custodia reciproca. Il disarmo è un’opera di fede: credere che la pace è possibile senza minacciare la guerra. In un tempo in cui le parole preparano la guerra, la testimonianza cristiana consiste nel disarmare il linguaggio, nel custodire il fratello, nel riconciliare prima di offrire, nello smascherare le false sicurezze. La pace non nasce dalla superiorità armata, ma dalla responsabilità reciproca. Non nasce dalla deterrenza, ma dalla custodia. Non nasce dal para bellum, ma dal «va’ prima a riconciliarti». È tempo che le chiese diventino laboratori di parole disarmate: parole che non dispongono alla violenza, ma alla pace.
1 A. Zaccuri: “Parole di Guerra che ci dispongono alla violenza” in «Domenica»/il Sole 24 Ore, 5 luglio 2026.
2 F. Faloppa, Disarmare il discorso. Sulla militarizzazione del linguaggio. Ed. effequ, 2026.