USA, i prossimi 250 anni: un’eredità di fede e ribellioni
Dichiarazione d’Indipendenza, la Chiesa unita di Cristo riscopre l’eredità del pastore afroamericano Lemuel Haynes: la fede come richiamo alla giustizia, all’uguaglianza e a una democrazia più inclusiva
L’8 luglio 1776, con la neonata Dichiarazione d’Indipendenza tra le mani, il colonnello John Nixon lesse alla folla radunata nello State House Yard di Filadelfia — uno dei primi giardini pubblici d’America — le ” verità di per sé evidenti” che avrebbero plasmato una nazione nascente. Tra queste, il fatto che “tutti gli uomini sono creati uguali” e che, in quanto tali, sono dotati di “diritti inalienabili” alla “vita, alla libertà e alla ricerca della felicità”.
La folla esplose in un boato di gioia. Non tutti però erano entusiasti.
Lemuel Haynes, un soldato dell’Esercito Continentale che sarebbe diventato il primo uomo nero a essere consacrato in una confessione protestante negli Stati Uniti, era scettico.
Mentre le copie della Dichiarazione d’Indipendenza si diffondevano a macchia d’olio in tutte le colonie, Haynes scrisse un suo trattato in cui poneva una domanda urgente: se tutti gli uomini sono uguali, allora perché la schiavitù persiste?
“Liberty Further Extended: Or Free Thoughts on the Illegality of Slave-Keeping” (La libertà ulteriormente estesa: o liberi pensieri sull’illegalità del possesso di schiavi) non fu mai pubblicato mentre Haynes era in vita. L’argomentazione, tuttavia, secondo cui la schiavitù privava le persone dei loro “diritti inalienabili”, sarebbe diventata il sermone di una vita per Haynes.
Era un sermone che il soldato divenuto pastore avrebbe predicato con passione nelle chiese congregazionaliste prevalentemente bianche che serviva a Middle Granville, nello stato di New York, e a West Rutland e Manchester, nel Vermont.
Costruire una democrazia più luminosa
Mentre si dirada il fumo dei tanti spettacolari fuochi d’artificio accesi nel fine settimana per celebrare il 250° compleanno del Paese, gli eredi di Haynes della tradizione congregazionaliste in America — le odierne congregazioni della Chiesa unita di Cristo (UCC) — continuano a perseguire i “diritti inalienabili”.
Pastori come Eric Jackson della Eliot Church di Newton, nel Massachusetts, preferiscono non romanticizzare il passato del Paese, ma lasciare che la storia istruisca quella che lui definisce la ‘propria immaginazione morale’.
“Possiamo costruire una democrazia più audace e luminosa per i prossimi 250 anni. Dobbiamo avere coraggio e dobbiamo trionfare sulle nostre paure”, ha affermato Jackson.
Il pastore è fiducioso in un domani migliore e intravede un cambiamento – seppur a volte lento – che passi dal commemorare il passato al risolvere le attuali sfide sistemiche, economiche e sociali.
In questo cambiamento, una domanda guida che si pone spesso non è solo chi non è seduto a quel tavolo metaforico di cui alla Chiesa piace parlare, ma chi viene allontanato da quel tavolo.
“Uno sguardo allo specchio”
Si tratta di un’osservazione rivoluzionaria che farebbe sorridere Lemuel Haynes e che ha colpito profondamente Jackson visitando la mostra “Sacred Rebellion: Congregationalists in Revolutionary Massachusetts” (Sacra Ribellione: I Congregazionisti nel Massachusetts Rivoluzionario), curata dalla Congregational Library & Archives di Boston.
La mostra espone sermoni e rari manufatti — tra cui il certificato di battesimo di Benjamin Franklin — che danno voce ai congregazionisti coinvolti tra fede, libertà e combattimenti. Fu anche un’epoca in cui a molti ministri di culto fu dato dagli inglesi il soprannome derisorio di “il reggimento in vesti nere”.
Per Jackson, la mostra non è stata una noiosa lezione di storia. È stato uno “sguardo allo specchio”.
“La mostra mi ha reso chiaro che questo atto di sacra ribellione è ciò che è servito per formare gli Stati Uniti d’America”, ha detto Jackson. ” Il nostro appello per oggi è di guardare alle parole del preambolo della Dichiarazione d’Indipendenza e di tenerci strette quelle verità, richiamando l’America a questo contratto sociale”.
Jackson ha condiviso le sue riflessioni sulla mostra “Sacred Rebellion” su un giornale locale, citando il fatto che l’America è sempre stata il racconto di due città.
“Una città in cui la fede sostiene il potere e un’altra città in cui la fede ispira la resistenza all’oppressione”, ha scritto Jackson. “Entrambe le città erano vive allora. Entrambe sono vive adesso”.
Sul sito dell’UCC, l’articolo originale completo (in inglese): The next 250 years: A legacy of sacred rebellions informs and inspires today’s faith shapers