III distretto, i punti della discussione

Tra gli atti approvati, un testo che invita a rendere concreta la Speranza

 

Proseguono gli articoli relativi ai lavori delle recenti Conferenze distrettuali delle chiese valdesi e metodiste, strumento intermedio di governo delle chiese

Sono quattro i distretti territoriali delle chiese metodiste e valdesi:  I Distretto (Valli Valdesi del Piemonte), II Distretto (Italia settentrionale e Svizzera), III Distretto (Italia centrale), IV Distretto (Italia meridionale). Oggi è il turno del III Distretto.

I due articoli sono a cura di Ilaria Rossi, deputata di Livorno e diaspora di Piombino, e Julia Di Luca, deputata di Vasto.

 

La discussione ha portato in primo piano alcuni temi: la speranza si può testimoniare in modo credibile se le comunità sono luoghi in cui si sa in chi sperare e come sia possibile sperare contro speranza oggi. Riscoprirlo, anche in realtà segnate da difficoltà pastorali, invecchiamento e stanchezza, fa parte della vocazione ricevuta. Sono emerse quattro linee direttrici per muovere in questa direzione: rinnovare la conoscenza della Bibbia, rafforzare la gestione sinodale, valorizzare la cura reciproca all’interno delle comunità e sostenere adeguatamente le comunità più fragili. 

 

La Conferenza ha evidenziato la necessità di coordinare sempre meglio e dare organicità alle attività formative, coinvolgere una cerchia più ampia di persone nella riflessione biblica trovando strumenti adeguati, favorire la collaborazione nelle e tra le comunità.

La speranza è emersa come fiducia perseverante in Dio nelle prove personali e comunitarie. Attraverso Isaia, Deuteronomio e Matteo, è stato annunciato un Dio che sostiene, libera, incoraggia e rinnova le forze. La speranza non elimina le difficoltà, ma permette di attraversarle; si esprime nella preghiera, nella gratitudine, nella perseveranza, nella certezza che il Regno cresce, anche quando i risultati sembrano modesti. La speranza cristiana è al tempo stesso anelito interiore e impegno trasformativo: una fiducia che sostiene nelle prove e spinge la Chiesa a operare per la giustizia, nella certezza che Dio continua ad agire nella Storia. 

 

Questo è il tema alla base di uno degli atti, Praticare la Speranza (n. 29, approntato dall’apposita commissione nominata dal seggio e composta da Antonella Violi, Massimo Marottoli, Mirella Manocchio, Luca Anziani, ndr) che verrà inviato alle chiese come base per continuare il lavoro di discussione e analisi nel corso del prossimo anno. Infatti è stato dato mandato alla Ced di organizzare, in collaborazione con i Circuiti, eventi formativi e un forum in presenza per le chiese del Distretto (atto 30). L’obiettivo è di imparare insieme a testimoniare meglio la speranza vivendola e praticandola, trasformandola in atti concreti di solidarietà e impegno trasformativo.

 

La Conferenza del III Distretto delle chiese valdesi e metodiste, che si è tenuta a Ecumene (Velletri) dal 12 al 14 giugno, ha approvato la seguente mozione:

 

«Or la fede è certezza di cose che si sperano, dimostrazione di realtà che non si vedono» (Ebrei 11, 1)

 

La chiesa pratica la Speranza, guarda avanti e vede il deserto, il vuoto che la vista umana sa solo giudicare come un non senso e un’assenza, mentre si tratta del tempo della narrazione di Dio che sta già operando cose nuove. La chiesa, tuttavia, sa come attraversare quel deserto e sa come affrontare le sfide che la vocazione di Dio le pone dinanzi per l’azione libera e creatrice dello Spirito Santo. Nel testo di Ebrei, la fede è presentata come elemento fondativo, costitutivo della Speranza, ed è rappresentazione stessa di ciò che è nascosto. L’elemento paradossale della fede che emerge dall’Evangelo rende chiara la responsabilità della chiesa che si esplicita nell’affrontare le sfide del tempo presente.

 

Per i credenti e le credenti in Cristo si tratta di far propria nel concreto la responsabilità a rendere conto della speranza che è in noi, che non è un “ansiolitico” per le inquietudini e le paure personali, ma è una rinnovata consacrazione a vivere l’Evangelo nel discernimento della volontà di Dio. Siamo consapevoli delle nostre fragilità e della profonda crisi della contemporaneità che permea anche il nostro essere chiesa.

Dalla nostra analisi del tempo presente (kairòs) rileviamo i seguenti temi emergenti per la missione della chiesa:

la chiesa è chiamata a vigilare su sé stessa, sulla propria fedeltà e coerenza, avendo di sé una visione sobria nella consapevolezza che il Cristo annuncia ai discepoli: «voi siete sale della terra e luce del mondo». In questo senso intendiamo la necessità che la missione sia radicata nella comprensione dei territori dai quali ci sentiamo interpellati.

 

Pertanto riteniamo importante l’analisi dei contesti e delle necessità materiali e spirituali che ne conseguono. Praticare la speranza vuol dire essere coinvolti nei problemi sociali che creano disparità, disuguaglianze, ingiustizie, marginalità come ad esempio: la precarizzazione del lavoro, la crisi del sistema sanitario, la privatizzazione dei servizi, l’esclusione sociale, la crisi del patto di cittadinanza, dei corpi sociali, della democrazia rappresentativa e il decadimento del pensiero.

In questa cornice sperare nel Dio di Gesù Cristo può sembrare essere la cosa più assurda di questo mondo, ma in definitiva è la “cosa”, o la pratica più sensata e l’unica via che siamo chiamati a percorrere.

 

Noi sappiamo di poter rivolgere vocazione – e di fare questo con coraggio – a uomini e donne che a loro volta apprendono proprio così di essere messi davanti al progetto di Dio per loro, per il mondo e per la chiesa stessa.