Una formazione con la “f” maiuscola

La centralità del culto e delle attività di educazione alla fede

 

Proseguono gli articoli relativi ai lavori delle recenti Conferenze distrettuali delle chiese valdesi e metodiste, strumento intermedio di governo delle chiese

Sono quattro i distretti territoriali delle chiese metodiste e valdesi:  I Distretto (Valli Valdesi del Piemonte), II Distretto (Italia settentrionale e Svizzera), III Distretto (Italia centrale), IV Distretto (Italia meridionale). Oggi è il turno del II Distretto.

 

Ogni cartellina, alla Conferenza del II Distretto, aveva un numero che invitata la persona che lo possedeva a far parte di uno dei quattro gruppi di lavoro che si sarebbero incontrati nella seconda parte della mattina del sabato, ed è così che mi sono trovata in quello dedicato alla Formazione. Tema questo molto presente all’interno delle nostre chiese locali ma anche a ogni livello assembleare che scandisce la nostra vita, dai Circuiti alle Conferenze distrettuali, sino ad arrivare ai Sinodi.

 

Spesso si pensa che la Formazione possa risolvere i problemi legati alla poca frequenza dei culti e delle attività ecclesiastiche e si moltiplicano gli appuntamenti a lei dedicati per soddisfare un preciso segmento della vita ecclesiastica che appare fragile di altri. Si aprono allora Corsi di formazione dedicati alla musica, imparando come si leggono le note degli inni, come si aiuta l’assemblea a cantare; oppure alle visite: che cosa si deve dire quando una persona è in difficoltà, se è bene fare una preghiera quando si lascia la casa, ecc.

 

Le occasioni di formazione sono tantissime, sin eccessive, perché tolgono splendore, spessore e visibilità alla formazione permanente che ogni chiesa locale realizza da sempre. Partecipare al culto, introdurre – attraverso la storia e la teologia antica e presente – l’essenza delle nostre chiese, fare gli studi biblici, incontrare le monitrici della Scuola domenicale e del Catechismo oppure il Gruppo che fa volontariato con chi si trova in una situazione di fragilità non è forse “Formazione con la F maiuscola”? Avere degli appuntamenti dedicati a chi va ai Sinodi per la prima volta, insegnare l’importanza dei regolamenti e quindi anche del funzionamento di una Assemblea di chiesa, incoraggiare le persone a scrivere delle preghiere o a partecipare ad altre parti della liturgia, non è forse formazione?

 

Il problema è sempre lo stesso: non si da’ eccessivo valore a ciò che si ha e si cerca sempre quello che manca. E come se avessimo una fame profonda che non ci rende mai soddisfatte o soddisfatti del cibo che assumiamo, e quindi ne cerchiamo altro e poi altro e poi altro ancora. E se invece imparassimo a vedere con gratitudine l’impegno delle nostre chiese, anche quello piccolo fatto di sostegno spontaneo, che nasce quando ci si rende conto che qualcuno, che siede nella mia stessa panca, si trova nella necessità? E se imparassimo a lavorare insieme tra chiese che sono vicine affinché in ciascuna sede non si replichi quello che già fa la comunità vicina?

 

Tutta la Formazione del mondo è utile ed è giusto farla, è anche importante, però, non stressare le persone delle nostre chiese da una sovraofferta che prevede traguardi ambiziosi e fondamentali per essere a pieno titolo membri di chiesa. Si fa parte di una comunità, a pieno titolo, quando accade l’incontro con Gesù Cristo e il confronto con le altre persone che con te partecipano alla vita della comunità. La formazione passa allora anche attraverso il racconto e l’esperienza di prassi che si vivono concretamente vicino a qualcun altro che te le spiega e te ne svela il significato.