La nostra battaglia per la fede
La testimonianza di due ospiti nordafricani alla recente Consultazione metodista
Siamo tutti connessi. Lo si dice a proposito di ambiente, politica, sociologia, e vale anche per le chiese. In quelle metodiste l’interconnessione internazionale è una caratteristica forte, ed è stata vissuta fin dalle origini da quelle italiane, nate da missioni inglesi e nordamericane, che oggi la stanno ampliando, per esempio verso il Mediterraneo, dai Balcani (Albania e Serbia) al Nord Africa, dove chiese piccole, in contesti spesso ostili, testimoniano ogni giorno l’Evangelo.
Durante la scorsa Consultazione metodista (29-31 maggio) due ospiti, dall’Algeria e dalla Tunisia, di cui per motivi di sicurezza non possiamo dire i nomi o mostrare le foto, hanno portato parole coraggiose ma anche scomode come persecuzione; una realtà che oggi appare lontana dal nostro orizzonte di privilegiate chiese occidentali, ma che per molti (la maggior parte) cristiani nel mondo è la norma, tanto da non riuscire a immaginare altro orizzonte.
Abbiamo chiesto loro come vedono il futuro delle loro chiese e, ricordando la propria conversione, il primo ha raccontato: «Quando ho incontrato Cristo, ho visto quanto ama l’Algeria, per questo il nostro desiderio e la nostra visione per il futuro è che l’Algeria sia per Cristo, che in ogni villaggio e città ci siano delle chiese, che il risveglio si estenda all’Africa del nord e al mondo intero».
Nella loro testimonianza, ricordavano che in questi paesi (anche se la situazione varia da uno all’altro) il problema è il rapporto con il Governo, più che con i musulmani, perché le chiese cristiane non sono riconosciute ufficialmente; l’ospite tunisino ha spiegato: «In Algeria, la Chiesa cattolica è riconosciuta perché fa capo al Vaticano, così come quella ortodossa alla Russia e quella anglicana al Regno Unito, mentre la situazione delle chiese protestanti è molto complicata». In generale, non si possono costruire edifici di culto, per cui spesso si utilizzano edifici del periodo precedente all’indipendenza. Dal 2006, con la nuova legge, un luogo di culto può essere chiuso, se non corrisponde più alle norme. Quindi, conclude, «il dialogo con i musulmani non è a livello ufficiale: ci possono essere occasioni di scambio a livello individuale, anche molto duro, se consideriamo che la conversione di un musulmano al cristianesimo è vista come un tradimento…».
Diverso, ricorda l’ospite algerino, il caso di cristiani, specie cattolici, europei. «La nostra testimonianza ha un impatto molto forte sui musulmani. Se io racconto quello che il Signore ha fatto nella mia vita, questo stimola gli altri musulmani a cercare la verità, e per il governo algerino è una minaccia: per questo perseguitano i cristiani, chiudono i locali e mettono i pastori sotto processo». In Algeria, i pastori condannati sono 57, e molti sono sorvegliati.
In questa realtà così difficile e instabile, le abitazioni sono luoghi fondamentali di comunità e di testimonianza: le case diventano chiese. L’ospite algerino ricorda che «la chiesa è prima di tutto una famiglia, chiamata a incoraggiarsi reciprocamente; ci si ritrova da 5 a 10 famiglie, per pregare e lodare Dio; non è solo un culto, ma una vita familiare in cui si cammina insieme».