«Come colui che è nato fra di voi»

I braccianti, lo straniero e la memoria dell’Egitto

 

Nel codice dell’alleanza c’è un comando che torna, quasi identico, a poche pagine di distanza: «Non opprimere lo straniero: voi conoscete lo stato d’animo dello straniero, poiché siete stati stranieri nel paese d’Egitto» (Esodo 23, 9). Il Levitico spinge oltre: «Lo straniero che abita fra di voi lo tratterete come colui che è nato fra di voi; tu l’amerai come te stesso; poiché anche voi foste stranieri nel paese d’Egitto» (Levitico 19, 34). La Scrittura non chiede allo straniero di essere grato. Chiede a chi abita la terra di ricordare. Il debito sta tutto dalla nostra parte.

Tenere ferma questa inversione aiuta a leggere ciò che la strage di Amendolara, quattro braccianti morti bruciati in un furgone il primo giugno, ha riportato sotto gli occhi di tutti: un sistema di sfruttamento che chi lo combatte conosce da anni.

 

A parlare sono due voci. La prima coordina un progetto anti-tratta attivo nei territori dei fatti e resta anonima: proteggerne l’identità significa proteggere chi lavora sul campo e, soprattutto, le persone che il progetto segue. La seconda è l’avvocato Francesco Sicilia, dell’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione (Asgi).

È proprio il responsabile del progetto a descrivere il rovesciamento esatto del comando biblico. La condizione di precarietà, dice, «può determinare nella persona migrante l’idea di essere ospite in una terra straniera: un luogo a cui essere grato a prescindere, un luogo da vivere secondo le condizioni che vengono dettate dall’esterno». Dove la Bibbia ordina la memoria a chi accoglie, il nostro sistema esige la gratitudine da chi arriva. E quella gratitudine ha un prezzo: il contratto di lavoro e la dichiarazione di ospitalità sono spesso requisiti del permesso di soggiorno, e così «troppe volte non importa il sacrificio che costa ottenere questi documenti; non importa quale e come sarà il lavoro o l’alloggio, l’importante è poter dimostrare a quel luogo che ci ospita, e a cui essere grati, di non essere “illegali”».

 

Per questo, più che di fiducia da conquistare, l’operatore preferisce parlare di consapevolezza da costruire: il riconoscimento «di alcuni aspetti del lavoro, e più in generale di vita, come diritti». E rifiuta l’idea che queste persone non si fidino di nessuno: nella sua esperienza c’è piuttosto «una ricerca di un punto di riferimento, di una bussola che possa orientare in un luogo estraneo e spesso non inclusivo».

Sicilia dà al quadro il suo nome giuridico: vulnerabilità. «Una vulnerabilità doppia: la prima legata al percorso migratorio e ai traumi subiti nel Paese di origine, la seconda connessa all’impatto col muro burocratico e legale europeo e italiano». Non serve essere addetti ai lavori per vederla: «Basta approfondire un semplice colloquio con qualche domanda in più per cominciare a comprendere come la paura, il ricatto e una sensazione di impotenza siano molto più visibili di quello che pensiamo». A monte, denuncia, c’è un sistema normativo che produce la fragilità che poi sfrutta: norme dilatorie, prassi illegittime e lo svuotamento del diritto d’asilo, aggravato dal Patto europeo su migrazione e asilo entrato in applicazione proprio in questi giorni, rendono il sistema «un imbuto che porta molte persone ad avere come unica possibilità quella di chiedere asilo». Alla domanda su cosa chiederebbe a chi legifera, la sua risposta è la più amara dell’intervista: «Non ho nulla da chiedere, purtroppo, perché chi legifera e chi finanzia fa fatica a considerare gli stranieri come persone».

 

Eppure chi sta nei campi non si arrende a questa amarezza. Le richieste che arrivano agli operatori, racconta il responsabile del progetto, sono sempre le stesse: il supporto legale e un lavoro per vivere, per pagare il debito del viaggio, per aiutare le famiglie. «Quello che ci viene chiesto è legalità e dignità». Dietro ci sono storie che raramente trovano spazio: «Si tratta di vita e di speranza, ma spesso anche di un inferno sulla terra che forse non possiamo immaginare». Per questo definisce gli operatori sociali «soggetti privilegiati», che avrebbero «forse l’obbligo di far conoscere quello che in molti non vedono o non vogliono vedere».

La chiusura dell’operatore è già un commento a Levitico 19: «Basterebbe forse togliere le lenti della diffidenza e indossare quelle dell’empatia, o forse semplicemente dell’umanità: riconoscere la persona prima della propria condizione. Basterebbe questo per farci riconoscere così simili al di là di ogni differenza; in ogni luogo e oltre ogni confine».

 

Israele non fondava il diritto dello straniero sulla sua utilità economica, né sulla sua riconoscenza: lo fondava sulla memoria di chi accoglie. Per questo il comando non dice «sopportalo», e nemmeno «tolleralo», ma «lo tratterete come colui che è nato fra di voi». Finché chiederemo gratitudine invece di esercitare memoria, i furgoni continueranno a partire prima dell’alba. La Scrittura, su questo, non lascia scampo: non opprimere lo straniero. Non perché è povero, non perché è utile. Perché tu sai. Perché anche tu sei stato in Egitto.