Rovigo, il primo Pride e una domanda sulla democrazia

Importante appuntamento in Veneto, segnato anche da polemiche che poco hanno a che fare con istituzioni pubbliche e concetto di accoglienza e pluralismo

 

Sabato 20 giugno 2026 la città di Rovigo ha ospitato per la prima volta nella sua storia il Pride.

Un evento storico per una città di provincia che si confronta sempre più con le sfide del pluralismo, della convivenza e dei diritti civili. Una manifestazione che, ancor prima di svolgersi, era già diventata oggetto di un acceso dibattito pubblico.

 

Nei giorni precedenti all’evento, la sindaca Valeria Cittadin aveva espresso apertamente la propria contrarietà al Pride, utilizzando sui social definizioni come «circo», «giungla» e «carnevalata». Parole certamente forti, ma che rientrano nel legittimo diritto di critica politica.

Più problematica è apparsa invece una dichiarazione diffusa attraverso un video pubblicato alla vigilia della manifestazione. In quel messaggio la sindaca si dichiarava dispiaciuta per lo svolgimento dell’evento, affermando che esso avrebbe avuto luogo perché «purtroppo la democrazia lo permette».

 

È una frase che merita una riflessione.

 

La democrazia non è infatti una concessione che le istituzioni accordano ai cittadini quando ne condividono le idee. È il principio che garantisce a tutti e tutte, anche a chi la pensa diversamente, il diritto di esprimersi e di occupare legittimamente lo spazio pubblico. Un sindaco può certamente essere contrario a una manifestazione, ma il suo ruolo istituzionale consiste proprio nel garantire che essa possa svolgersi nel rispetto delle regole e dei diritti di tutti.

Per questo motivo quella frase ha suscitato inquietudine in molti cittadini. Non tanto per il dissenso che esprimeva, quanto per il modo in cui sembrava rappresentare la democrazia stessa: non come un valore da custodire, ma come un ostacolo da sopportare.

 

A rendere ancora più visibile l’evento è stata la presenza dell’ospite d’onore, Vladimir Luxuria, che ha scelto di partecipare a questo primo Pride cittadino.

La mattina stessa della manifestazione, Luxuria ha pubblicato un breve video rivolto alla sindaca. Con il tono ironico e intelligente che la contraddistingue, ha richiamato la prima cittadina alla responsabilità che accompagna ogni incarico pubblico, invitandola a riflettere sul peso delle parole pronunciate da chi rappresenta le istituzioni. Un intervento che non alimentava lo scontro, ma ricordava come il linguaggio pubblico possa contribuire a costruire ponti oppure ad approfondire divisioni.

 

Anch’io ho partecipato alla manifestazione, insieme a mia moglie. L’ho fatto come cittadino e come pastore battista.

Non per aderire a una piattaforma politica. Non per trasformare la fede in un manifesto ideologico. Ho partecipato perché credo che la dignità delle persone meriti rispetto e tutela. Ho partecipato perché considero la libertà di manifestazione uno dei pilastri della convivenza democratica. Ho partecipato perché ritengo che le chiese debbano saper incontrare le persone reali, ascoltarne le storie e condividere le loro speranze e le loro ferite.

Da cristiano credo che ogni essere umano sia portatore di una dignità che precede qualunque appartenenza, orientamento, convinzione o identità. Da cittadino credo che una società si misuri anche dalla capacità di garantire spazio e riconoscimento alle sue minoranze.

 

Quello che ho visto durante la marcia è stato molto diverso dall’immagine che alcuni avevano cercato di costruire nei giorni precedenti.

Ho visto giovani e anziani. Ho visto famiglie, coppie, studenti, lavoratori. Ho incontrato persone impegnate nel volontariato, nella cultura, nell’associazionismo e nel servizio alla comunità. Ho visto una manifestazione colorata e festosa, ma soprattutto pacifica. Ho visto una città che, per qualche ora, ha scelto di incontrarsi anziché contrapporsi.

 

Il giorno successivo, tuttavia, la polemica è ripresa.

Domenica 21 giugno la sindaca ha pubblicato sulla propria pagina Facebook la fotografia di due ragazze presenti lungo il percorso della manifestazione. Le giovani esponevano una bandiera italiana e alcuni cartelli contrari al Pride. Nel commentare l’immagine, la prima cittadina ha espresso il proprio orgoglio per quelle ragazze, presentandole come esempio dei valori della nostra nazione.

 

Nella fotografia pubblicata compariva però un particolare significativo.

Uno dei cartelli risultava parzialmente oscurato.

Numerosi utenti hanno successivamente condiviso l’immagine originale. Essendo stato presente in testa al corteo, posso testimoniare di aver letto personalmente la scritta riportata sul cartello: «Siete da centro di recupero».

 

È questa frase ad avermi colpito più di ogni altra cosa.

 

Non provo rabbia nei confronti di quelle ragazze. Provo piuttosto una profonda preoccupazione.

Preoccupazione per loro. Perché nessuna adolescente dovrebbe crescere pensando che alcune persone abbiano bisogno di essere «recuperate» a causa del proprio orientamento affettivo o della propria identità.

Preoccupazione per il messaggio culturale che una simile affermazione trasmette.

E preoccupazione per la città di Rovigo. Una città è anche il riflesso del linguaggio che le sue istituzioni scelgono di valorizzare. Quando un messaggio che associa delle persone a qualcosa da correggere o recuperare viene proposto come simbolo positivo dei «valori della nazione», il rischio è quello di confondere il legittimo dissenso con la delegittimazione della dignità altrui.

 

La questione, ancora una volta, non riguarda soltanto il Pride. Riguarda il modo in cui educhiamo le nuove generazioni al confronto democratico. Riguarda il linguaggio che scegliamo quando parliamo di chi è diverso da noi. Riguarda la capacità delle istituzioni di essere casa comune anche per chi non condivide le convinzioni della maggioranza.

Per questo il primo Pride di Rovigo lascia in eredità una domanda che va ben oltre la manifestazione stessa.

Quale città vogliamo essere? Una città che affronta le differenze con rispetto e coraggio oppure una città che le trasforma in motivo di esclusione?

Come pastore, come cittadino e come abitante di questa città, spero che Rovigo scelga la strada dell’incontro.

Perché la democrazia non è qualcosa che siamo costretti a subire. È il bene più prezioso che siamo chiamati e chiamate a custodire.