Consiglio d’Europa: Diritti umani e migrazione, cosa cambia?

Un approfondimento su come stanno cambiando le politiche di asilo 

 

Il 15 maggio scorso, a Chișinău, in Moldova, i 46 Stati membri del Consiglio d’Europa hanno adottato una dichiarazione politica su migrazione e sulla Convenzione europea dei diritti dell’uomo.

La dichiarazione non è vincolante ma, secondo diverse organizzazioni per i diritti umani, il testo potrebbe aprire la strada a un sistema di tutela “a doppio binario”, in cui migranti e rifugiati godrebbero di garanzie meno forti rispetto agli altri cittadini.

 

Che cos’è la Convenzione europea dei diritti dell’uomo?

La Convenzione europea dei diritti dell’uomo (CEDU) è il principale trattato regionale per la tutela dei diritti fondamentali in Europa. Adottata nel 1950, dopo la Seconda guerra mondiale, costituisce il pilastro del Consiglio d’Europa e viene applicata dalla Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo.

I 46 Stati membri si impegnano a rispettare libertà e diritti fondamentali; chi ritiene di aver subito una violazione può rivolgersi alla Corte europea.

 

Cosa prevede la dichiarazione adottata a Chișinău?

La dichiarazione affronta il tema della gestione delle migrazioni e delle espulsioni, sostenendo che gli Stati incontrano crescenti difficoltà nel conciliare controllo delle frontiere e obblighi previsti dalla Convenzione.

Secondo i critici, però, il documento mira a limitare l’applicazione delle garanzie della CEDU nei confronti di migranti e rifugiati, soprattutto nei casi di rimpatrio e deportazione.

 

Perché suscita preoccupazione?

La principale critica riguarda il rischio di creare un sistema di diritti “differenziato”, in cui alcune persone ricevano una protezione ridotta in base al loro status migratorio.

Particolarmente delicato è il riferimento all’articolo 3 della Convenzione, che vieta in modo assoluto tortura e trattamenti inumani o degradanti. Da questo principio deriva il divieto di respingere una persona verso Paesi dove potrebbe subire torture o violazioni gravi dei diritti umani.

Secondo molte organizzazioni di tutela dei diritti umani, indebolire questo principio in materia migratoria potrebbe avere conseguenze più ampie sull’intero sistema europeo di tutela dei diritti.

 

Quali altri aspetti vengono contestati?

La dichiarazione richiama anche strumenti controversi già adottati da alcuni governi europei, come gli “hub di rimpatrio” in Paesi terzi e gli accordi con Stati extraeuropei per il controllo dei flussi migratori. Molte di queste pratiche sono state oggetto di ricorsi giudiziari o di critiche per i rischi di violazioni dei diritti umani, soprattutto nei confronti di migranti bloccati in Paesi come Libia, Tunisia o Egitto.

Il testo affronta inoltre il tema della cosiddetta “strumentalizzazione della migrazione”, cioè l’uso dei flussi migratori come forma di pressione politica tra Stati. Anche in questo caso, diverse organizzazioni ricordano che la Corte europea sta già esaminando casi relativi a respingimenti e detenzioni arbitrarie ai confini orientali dell’Europa.

 

Qual è la posta in gioco?

Per oltre settant’anni la Convenzione europea dei diritti dell’uomo ha rappresentato uno dei principali strumenti di tutela delle libertà fondamentali in Europa, proteggendo minoranze, donne, persone LGBTI+, migranti e altri gruppi vulnerabili.

Il timore espresso da molte organizzazioni è che, in un contesto segnato da crescita dei nazionalismi e pressioni migratorie, si affermi l’idea che alcuni diritti possano essere limitati a seconda della nazionalità o dello status delle persone. Ed è proprio questo, sostengono i critici della dichiarazione, il punto più delicato del dibattito aperto a Chișinău.

 

Da Nev – Notizie Evangeliche