Alla soglia

Un giorno una parola – commento a Apocalisse 4, 8

 

Nessuno è santo come il Signore, poiché non c’è altro Dio all’infuori di te

I Samuele 2, 2

 

E le quattro creature viventi avevano ognuna sei ali, ed erano coperte di occhi tutt’intorno e di dentro, e non cessavano mai di ripetere giorno e notte: «Santo, santo, santo è il Signore, il Dio onnipotente, che era, che è, e che viene»

Apocalisse 4, 8

 

C’è un momento che molti di noi conoscono: quello in cui ci ritroviamo con l’orecchio appoggiato a una porta chiusa. Sappiamo che là dentro succede qualcosa di enorme, ma restiamo fuori. La santità di Dio ci sembra la misura esatta della nostra distanza.

 

Eppure, da quella porta filtra un canto. Incontrollabile, spontaneo, da un cuore ricolmo di gioia. Tre volte la stessa parola, sempre più grande di chi la pronuncia.

Santo. Santo. Santo.

 

Dio è. Ma chi? Cosa? Nel senso che esiste? Nel senso dell’essere? Ci sono molte sfumature – bibliche, teologiche, filosofiche – su questo. Il nome di Dio è legato al verbo essere, e decifrarlo non è semplice. Quella domanda non viene risolta. Viene cantata.

 

Io sono Maliq, sono un pastore valdese, sono questo e quello. Queste sono cose vere, ma sono cose predicate, aggiunte. Dio è, senza aggiungere nulla, è un’altra cosa: è uscire da noi stessi e vederci con gli occhi di Dio. Eppure, spesso ci ritroviamo esattamente lì, sulla soglia. Come se la sala del trono non fosse roba per noi. Come se quella domanda senza risposta fosse la misura esatta della nostra distanza.

 

Ma la radice di quel nome – sarò colui che sarò – non è un muro. È il terreno su cui si fonda il nostro presente, il luogo dal quale traiamo il nutrimento per il nostro futuro. E quel nome ha anche un’altra faccia: colui che viene. Non colui che aspetta. Non colui che sta fermo sul trono mentre noi osiamo avvicinarci.

La porta è aperta. E il movimento non parte da noi. Amen.