Il Consiglio ecumenico delle chiese piange Jione Havea, “profeta del Pacifico”

Teologo metodista tongano, studioso biblico e pastore, noto per il suo lavoro nelle teologie contestuali, postcolonial

 

 

Il segretario generale del Consiglio ecumenico delle chiese (Cec), il pastore Jerry Pillay, ha elogiato l’eredità di Jione Havea, , teologo metodista tongano, studioso biblico e pastore, noto per il suo lavoro nelle teologie contestuali, postcoloniali e del Pacifico (Pasifika), è deceduto il 29 aprile.. «La sua improvvisa scomparsa rappresenta una grande perdita per il movimento ecumenico» ha affermato Pillay. «Havea ha contribuito a spostare la teologia da sistemi rigidi verso un dialogo continuo, condiviso e culturalmente radicato, plasmato in particolare dalle voci del Pacifico e delle minoranze. La sua presenza ci mancherà moltissimo, ma le sue parole rimarranno per sempre nella memoria».

 

Havea ha studiato a Tonga e nelle Fiji prima di intraprendere gli studi teologici negli Stati Uniti. Ha conseguito un master in teologia e un master in studi teologici presso la Perkins School of Theology (Southern Methodist University) e in seguito ha completato un dottorato di ricerca presso la stessa istituzione. È stato ordinato nella Chiesa metodista di Tonga ed è stato anche associato alla Chiesa Unita in Australia. Havea ha ricoperto incarichi di insegnamento e ricerca presso istituzioni quali la Charles Sturt University, in Australia, e il Trinity Theological College, in Nuova Zelanda. Il reverendo François Pihaatae, presidente del Consiglio Ecumenico delle Chiese (Cec) per il Pacifico, ha riconosciuto Havea come «il grande servitore di Dio che ha navigato in tutto l’Oceano Pacifico e nel mondo condividendo la parola di Dio radicata nella cultura del Pacifico e nella visione indigena». «È una grande perdita per il Pacifico. Era un pensatore e teologo di grande levatura. Troppo giovane per lasciarci ora, considerato anche il profeta del Pacifico. Possa riposare in pace nell’amore di Dio».

 

Dal 2013 al 2022, Havea è stata membro del gruppo di studio teologico del Cec sul Pellegrinaggio di Giustizia e Pace. «Quando ho incontrato Jione e l’ho ascoltato parlare della Bibbia, ricordo distintamente che mi ha lasciato senza fiato», ha ricordato la reverenda dottoressa Susan Durber, presidente del Consiglio Ecumenico delle Chiese per l’Europa. Ha descritto la scomparsa di Havea come «una perdita incommensurabile per la Chiesa mondiale». «Mi ha aiutato, e ha aiutato molti altri, a vedere qualcosa di veramente nuovo in una storia biblica e a capire che eravamo stati invitati a un modo di vedere il mondo che altrimenti non avremmo conosciuto», ha affermato. «Non si trattava solo del fatto che mi presentasse nuove prospettive, ma del modo in cui lo faceva, così innovativo e affascinante. Comprendeva il potere della metafora di comunicare e di rimodellare il mondo, e ha portato gioia e entusiasmo nel cammino verso la giustizia e nel lavoro della teologia postcoloniale». «Jione Havea è stato un collaboratore fidato e coraggioso nell’opera di decolonizzazione. Aveva compreso che l’ecumenismo deve fare i conti con le proprie storie di potere e, con perseveranza, delicatezza e lungimiranza, ci ha esortato verso modi più giusti di leggere la Bibbia e di essere Chiesa. La sua critica non è mai stata distruttiva; è sempre stata un atto d’amore, radicato in un profondo impegno verso le teologie del Pacifico e verso le voci di tutti coloro che vivono ai margini», ha affermato la Rev. Dr. Kuzipa Nalwamba, direttrice del programma Unità, Missione e Formazione Ecumenica del Cec.

 

Plurale, relazionale, contestualizzato, resistente al dominio Il lavoro di Havea ha spaziato in diverse aree interconnesse: ermeneutica e critica biblica, in particolare la lettura delle Scritture da prospettive marginalizzate o non occidentali; teologia postcoloniale e decoloniale, con una critica all’eredità imperiale nel cristianesimo; e teologia pasifika/oceanica, che pone l’accento sulla conoscenza indigena, la narrazione e il quadro concettuale del “mare delle teologie”. Un tema ricorrente nella sua opera è l’importanza della narrazione e della pluralità di voci in teologia, soprattutto in contesti postmoderni e interculturali. Havea è particolarmente noto per aver introdotto le prospettive delle isole del Pacifico nel discorso teologico globale; per aver sfidato le norme teologiche eurocentriche; per aver utilizzato metafore dell’oceano, del viaggio e della narrazione per ripensare la teologia; e per aver promosso una teologia che emerge dalle comunità marginalizzate, migranti e indigene. “Tra le pubblicazioni più importanti di Havea si annoverano : Doing Theology in the New Normal: Global Perspectives (2021); Theologies from the Pacific (a cura di, 2021); Vulnerability and Resilience: Body and Liberating Theologies (2020); e Mission and Context: Theology in the Age of Empire (a cura di, 2020). Ha inoltre scritto numerosi articoli e capitoli sull’interpretazione biblica, la teologia postmoderna e la teologia contestuale. Havea lascia la sua amata moglie, la professoressa Monica J. Melanchthon, e la figlia Diya.

 

Photo: Marcelo Schneider/WCC