Vivere in montagna: i servizi essenziali
È in distribuzione in tutto il territorio del pinerolese nell’area sud della provincia di Torino (lo trovate in centinaia di luoghi pubblici, dalle biblioteche ai negozi) il numero di maggio del mensile free press L’Eco delle valli valdesi che potete leggere integralmente anche dal nostro sito, dalla home page di di www.riforma.it. Il numero contiene un dossier dedicato a un tema molto attuale, il neo-popolamento della montagna e i servizi (quelli che ci sono, i tanti mancanti).
Ci siamo posti una domanda: quali sono i servizi essenziali per poter vivere, oggi, in un territorio montano? Ne abbiamo individuati alcuni, altri li abbiamo approfonditi e altri ancora invece non abbiamo potuto affrontarli, per questioni di spazio. Punto di partenza fondamentale è sicuramente quello del lavoro. In nostro aiuto, per capire meglio la situazione, è arrivato un progetto dell’Istat, che affronta il tema del pendolarismo lavorativo e che analizza, Comune per Comune, i flussi di entrata, uscita e di chi rimane sul territorio per lavorare. Come è facile immaginare, è grande il flusso in partenza, con picchi attorno al 90% (Angrogna, Pramollo, Prarostino, San Pietro Val Lemina, Lusernetta) con alcuni casi invece di tendenza diversa: a Prali quasi la metà dei lavoratori rimane nel territorio comunale. Più ci si avvicina ai municipi della pianura, più le percentuali si pareggiano, avvicinando le percentuali di chi va, arriva e resta.
Nonostante questi aspetti la tendenza, come evidenziato dall’Unione nazionale Comuni ed enti montani (Uncem), parla di un neo-popolamento dei territori montani. Abbiamo chiesto a Maurizio Dematteis, di Dislivelli.eu, di analizzare questo aspetto e capire cosa serve alla montagna per essere vissuta.
«Stiamo vivendo un momento storico di grandi cambiamenti nei rapporti e nelle dinamiche fra i grandi centri urbani e le terre alte: il modello che prevede un centro forte che produce e guida gli altri si sta modificando. La Torino Factory Town ha perso, in favore di territori come la val Susa, la sua forza produttiva. Questo aspetto però non risolve i problemi: immaginiamo una grande stella che si ramifica da Torino verso le valli… i rami più grandi sono quelli dove c’è un’interconnessione forte con la città o quelli situati nelle alte valli, dove è presente a dimensione dello sci alpino».
– Perché i territori più lontani dal centro stanno attraendo sempre più popolazione?
«Torino ha perso circa 200.000 abitanti negli ultimi decenni; ma questi si sono semplicemente spostati nelle zone ben collegate. In Barriera di Milano, per esempio, vivere magari con due figli, è assai difficile per i costi e la qualità della vita: conviene quindi spostarsi ad Avigliana, per esempio, dove spendi meno, stai meglio e con un treno in breve sei sul posto di lavoro: è un cambio di paradigma dei territori».
– Per un cambio ancora più netto, però, è necessario aspettarsi una scelta politica-economica?
«Assolutamente sì. Ci sono persone “illuminate” che però non riescono a convogliare le risorse, che vanno quasi tutte nel turismo di un certo tipo, che ha oggettivamente vita breve, visti i cambiamenti climatici. I servizi essenziali che vanno garantiti e implementati sono in definitiva: trasporti, istruzione, sanità e cultura. Senza questi, non possiamo dire di poter avere una qualità di vita dignitosa, è inutile far finta di nulla. E le persone che si spostano le pretendono, perché sono esattamente cittadini con pari diritti come quelli che vivono in città».
– Parlando di neo-popolamento, che cosa si può aggiungere?
«C’è effettivamente una “risalita a salmone”; persone che vengono a vivere o tornano in montagna. Ma dobbiamo entrare nell’ottica di vedere oltre la vita nelle terre alte come è sempre stata: oggi ci sono montanari per forza (dettata da motivazioni economiche), per scelta (etica, di vita), per un certo tempo (vengono, vivono per un periodo, lasciano molto nei territori e se ne vanno) e con la doppia residenza».
– Anche le valli valdesi stanno vivendo questo momento di cambiamento?
«Nonostante si sia persa l’industria nella bassa val Chisone, si cerca di invertire la tendenza, con molte difficoltà ovviamente. Il lavoro delle associazioni, degli enti locali, degli imprenditori è teso a rendere accogliente il territorio dal punto di vista turistico-esperienziale, puntando quindi sulla qualità dell’offerta, con attenzione verso l’enogastronomia. Bisogna capire che se arrivano flussi turistici che cercano esperienze di vario tipo, aumenta consequenzialmente anche la qualità di vita dei residenti e dei lavoratori di un territorio».
