Edith Bruck, una scrittura a favore della vita
Nel romanzo “L’amica tedesca” il racconto di esperienze reali si fonde con la storia e le sue ombre di guerra
C’è qualcosa di profondamente corporeo nel modo in cui Edith Bruck scrive. I suoi libri nascono dal corpo: fogli appoggiati sulle gambe, sulla pancia, la penna che incede e scorre solenne. Lei stessa ama raccontarlo: «Non ho fatto figli, ma ho partorito parole». Parole che diventano carne e ossa, passi di vita nel mondo. L’amica tedesca* è uno di questi “parti”: un romanzo breve ma densissimo, dove memoria, storia e destini individuali si intrecciano con precisione e sensibilità. Non sorprende che sia stato candidato al Premio Strega: per Edith Bruck è la seconda volta, dopo Il pane perduto, vincitore del Premio Strega Giovani nel 2021, un testo diventato rapidamente un caso editoriale con numerose ristampe. La memoria scorre dentro la narrazione e attraversa la storia come un fiume carsico che a volte riemerge.
Il romanzo prende avvio da una storia reale: qualcuno bussa alla porta, è una donna tedesca che da tempo vuole incontrare la narratrice che nel romanzo è Erika, una giornalista ebrea sopravvissuta ai campi di sterminio.
L’amica tedesca si chiama Lena, nella vita reale era Brigitte, e il libro non nasconde il legame con la realtà. Bruck scrive sempre così, per lei autobiografia, memoria e invenzione non sono compartimenti stagni, ma vasi comunicanti, fili intrecciati nello stesso tessuto. E questa zona di confine è ciò che rende la scrittura di Edith Bruck così viva.
Lena è nata nel 1945, subito dopo la guerra, ma le ombre di quest’ultima sono ancora lunghe, l’amica tedesca è una delle tante “figlie del Führer”, creature messe al mondo per offrire vite e corpi perfetti alla Germania nazista. Il padre, che non conoscerà mai, è un soldato-strumento di un’ideologia che porterà la nazione tedesca alla rovina. Come un’ombra lunga, quella violenza originaria continuerà a scandire tutta la sua vita, difatti la donna cresce segnata da abusi e soprusi. I genitori affidatari, da cui sperava affetto, diventano fonte di violenze: non solo pedofilia, ma altre forme di molestie altrettanto devastanti per una bambina che cercava soltanto amore. Forse è da lì che nasce il suo rapporto tormentato con la sessualità, percepita non come gioia e scoperta ma come minaccia. La vita di Lena diventa una lunga ricerca di affetto, di protezione, di senso, di vicinanza, di ascolto che troverà da adulta, nell’incontro con la giornalista Erika, alter ego evidente della stessa Edith.
Bruck racconta ferite, abusi, solitudini con una semplicità disarmante, senza enfatizzarli; la scrittura non alza la voce e, proprio per questo, arriva più lontano.
Tra le due donne nasce un dialogo imperfetto, come è per tutti i dialoghi veri e diventa un confronto tra due eredità del Novecento: quella della vittima e quella, indiretta ma dolorosa, di chi nasce dalla parte dei carnefici. Erika fatica ad aprirsi. Dentro di lei resta una ritrosia verso la Germania e una domanda sospesa: perché la verità, anche quella individuale, richiede di scavare così in profondità?
Molti dettagli sono veri: a esempio, il romanzo presenta Erika come una giornalista e nel farlo testimonia dell’attività che per anni Edith Bruck ha affiancato a quella di scrittrice e poetessa. Anche la poesia, primo amore della Bruck, fa la sua apparizione nel romanzo – come un cammeo – con i versi del poeta ungherese Gyula Illyés che chiedono se le mani ruvide degli uomini, mani spesso violente, possono anche diventare carezze. Questa domanda resta sospesa sopra tante pagine del libro.
Lena, intanto, cerca risposte in altri luoghi: nella spiritualità, nella filosofia buddista, in ogni piccola via che le permette di dare un nome al dolore, esplorando queste strade in cerca di senso. Colpisce il modo in cui lo sguardo della narratrice guida la lettura, Bruck possiede una qualità rara: non scrive mai contro nessuno, scrive sempre a favore della vita, anche quando racconta l’orrore, anche quando attraversa luoghi di violenza e solitudine, la sua parola rimane umana.
Un piccolo dettaglio umano illumina il libro: l’esclamazione «Ah, che ridere!» che si legge in diversi passaggi della narrazione, era davvero tipica di Brigitte, anche nei ricordi più dolorosi, e Bruck confessa che forse sarebbe stato il titolo perfetto per questo manoscritto rimasto a lungo chiuso in un cassetto, considerato “romanzo di e per lesbiche”, e per questo rifiutato. Oggi L’amica tedesca torna alla luce con tutta la sua complessità.
Mi sembra che la caratteristica più vera di queste pagine sia la capacità di attraversare il dolore senza farne un monumento, l’autrice non costruisce altari, non cerca effetti. Edith Bruck cammina nella memoria con passo leggero ma fermo. L’amica tedesca è una promessa mantenuta, non è solo un romanzo ma un atto di testimonianza e fiducia nella parola. È forse per questo che sia stato tra i libri candidati al Premio Strega: voci come quella di Edith Bruck ci ricordano, con limpida determinazione, che la letteratura può ancora illuminare la coscienza del nostro tempo.
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* E. Bruck, L’amica tedesca. Milano, La nave di Teseo, 2025, pp. 128, euro 17,00.