Pasqua nel tempo delle guerre

Sono oltre cinquanta i conflitti in corso e si combattono con armi sempre più costose

 

La Pasqua cristiana celebra la resurrezione di Gesù e la vita che trionfa sulla morte. È quindi la festa della speranza per eccellenza, quella che annuncia che il male non ha l’ultima parola, che invece appartiene al Dio testimoniato da Gesù e dal suo amore per l’umanità. Le uova che i bambini hanno colorato nei giorni scorsi sono il simbolo della vita che rinasce, e le parole e i gesti di milioni di cristiani i tutto il mondo esprimono l’ideale dell’amore, della vita e quindi della pace.  Anche a Kiev e a Mosca, a Gerusalemme e a Gaza, a Washington e persino a Teheran, all’interno delle chiese rimaste aperte per le poche migliaia di cristiani che vivono in Iran.

 

Annunciare la speranza cristiana nella resurrezione di Cristo e il suo amore sotto le bombe appare il più drammatico e doloroso dei paradossi. Eppure è questo che accade in queste ore e accadrà domenica prossima nelle chiese ortodosse che adottano il calendario detto giuliano.

È facile immaginare che, tanto più nella giornata di Pasqua, in ogni chiesa si pregherà per la pace. Più difficile dire che cosa le chiese faranno dopo le solenni celebrazioni di questi giorni. Quelli che viviamo non sono tempi ordinari. L’ordine internazionale costruito nel secondo dopoguerra sta di fatto crollando: antiche alleanze si incrinano e qualcuno vorrebbe che si rompessero definitivamente; conflitti cosiddetti regionali rischiano di allargarsi fino ad assumere una dimensione globale; gruppi di fondamentalisti di ogni tradizione religiosa benedicono armi e pregano per i loro leader che guidano gli eserciti in battaglia.

 

Sono oltre cinquanta i conflitti in corso e si combattono con armi sempre più costose: un solo drone, come il Reaper italiano recentemente distrutto in Kuwait, costa 34 milioni di euro. Un solo drone, in un sistema della guerra che ogni giorno ne utilizza centinaia. Istituti specializzati valutano il costo mondiale annuale degli armamenti in 2,7 trilioni di dollari, una cifra che equivale al Pil dell’intera Africa. Ed è una stima prudenziale. Negli ultimi dieci anni, in Europa, la spesa per le armi è aumentata dell’83% e, di nuovo, si chiedono più fondi per la guerra. È forse il dato più drammatico, perché evidenzia una tendenza alla crescita, un modello per il futuro che, evidentemente, assume la guerra come un dato permanente e strutturale del sistema globale. La guerra come sistema di regolazione delle controversie internazionali. Esattamente l’opposto dell’utopia di pace che si esprimeva al tempo dell’origine delle Nazioni Unite, dell’Unione europea, della Costituzione italiana e di tanti altri documenti programmatici che costituiscono la base giuridica del diritto internazionale.

 

Perché le guerre non distruggono solo case e scuole, ospedali e luoghi di culto. Le bombe cadono anche sulle idee e sui movimenti che in questi anni si sono mobilitati per la pace e il disarmo. Il picco di quella mobilitazione fu negli anni ’80 quando gli Usa da una parte e l’Unione sovietica dall’altra vararono programmi di riarmo nucleare a media gittata. Anche in quel caso con enormi investimenti che sottraevano risorse ai programmi sociali e per lo sviluppo. Ma allora la forza delle Nazioni Unite, la necessità delle superpotenze di contenere le spese militari e le grandi mobilitazioni popolari imposero un disarmo bilaterale che riuscì a fermare l’escalation. Solo temporaneamente e con l’effetto paradossale di moltiplicare la produzione di armi convenzionali, sempre più micidiali e offensive.

 

Allora, le chiese furono parte attiva di una mobilitazione di massa, seppero trovare argomenti teologici e parole politiche per opporsi all’escalation delle armi. Oggi tutto appare più difficile e, soprattutto dagli Stati Uniti, ci giunge l’immagine di un cristianesimo militarizzato che giustifica la guerra e, anzi, la considera necessaria a costruire la pace. E, come abbiamo visto a Gaza, una pace senza giustizia. Molto spesso sono cristiani che si definiscono evangelici. Ma altri evangelici oggi predicano un massaggio diverso e radicalmente alternativo al nazionalismo religioso più in voga. Lo fanno guardando a una croce nuda e vuota, che ripudia la violenza e la guerra e simboleggia l’amore, la giustizia e la speranza.

 

 

La rubrica «Essere chiesa insieme» a cura di Paolo Naso è andata in onda domenica 5 aprile durante il «Culto evangelico», trasmissione (e rubrica del Giornale Radio) di Rai Radio1 a cura della Federazione delle chiese evangeliche in Italia. Per il podcast e il riascolto online ci si può collegare al sito www.raiplayradio.it