Ungheria-Slovacchia, tensioni sulle minoranze

Domenica si vota in Ungheria. Fra i temi caldi, anche quello della minoranza ungherese in terra slovacca. Le parole della chiesa riformata

 

Il 12 aprile si svolgono le elezioni parlamentari in Ungheria. «Molto più del rinnovo del Parlamento ungherese- scrive SkyNews – il voto si preannuncia come un bivio storico per il Paese con risvolti determinanti anche in chiave Ue. Per la prima volta dopo sedici anni di dominio incontrastato, il primo ministro Viktor Orban affronta una sfida interna senza precedenti, mentre il suo isolamento a Bruxelles ha raggiunto il punto di rottura».

 

Il leader dell’opposizione ungherese, Peter Magyar è in vantaggio nei sondaggi, ma resta ampia l’area degli indecisi.

La campagna elettorale è senza esclusione di colpi: è in gioco il potere di una nazione che in questi lunghi anni di dominio Orban è diventata una spina nel fianco per l’Unione Europea. 

 

Il premier sta puntando su uno dei suoi cavalli di battaglia, il nazionalismo, in questo aiutato dalla recenti polemiche con i vicini di casa della Slovacchia.

 

Il 23 dicembre scorso il presidente della Repubblica slovacca Peter Pellegrini ha infatti firmato un emendamento al codice penale che prevede, nei casi più estremi, fino a sei mesi di detenzione per chi nega o contesta i decreti Benes, dal nome dell’uomo che ha guidato la Cecoslovacchia durante la Seconda guerra mondiale. «La norma, contestatissima in patria e non solo, porta con sè delicate implicazioni politiche, storiche e di nazionalità» ricorda Enrico Brutti su East Journal.

 

Dalla fine degli anni Trenta la Germania nazista mise nel mirino la Cecoslovacchia:enel 1938 annetté la regione dei Sudeti, al confine con la Germania, dove vivevano milioni di tedeschi. Poi i nazisti occuparono il resto: divisero la Cecoslovacchia tra un protettorato di Boemia e di Moravia, e una Repubblica di Slovacchia, dipendenti dalla Germania. Anche l’Ungheria, governata da un regime di destra filonazista, annetté una regione nel sud della Slovacchia, abitata in gran parte da persone ungheresi. L’Ungheria a sua volta era uscita dalla Prima guerra mondiale perdendo la gran parte del proprio territorio, dove però rimasero e rimangono tutt’oggi significative minoranze magiare, dalla Romania alla Cecoslovacchia, dall’Ucraina ai paesi ex jugoslavi.

 

I decreti Beneš (che prendono il nome da Edvard Beneš, presidente della Cecoslovacchia dopo la seconda guerra mondiale) sono una serie di decreti presidenziali emanati tra il 1945 e il 1946 nella Cecoslovacchia del dopoguerra. Essi legalizzarono la confisca dei beni e la privazione dei diritti civili dei tedeschi e degli ungheresi di etnia tedesca, ritenuti collettivamente colpevoli di aver sostenuto la Germania nazista durante la seconda guerra mondiale. A molti di loro furono revocati la cittadinanza e i diritti civili, e di fatto autorizzarono l’espulsione di un gran numero di tedeschi e ungheresi dal territorio cecoslovacco dopo la guerra. Oltre tre milioni di tedeschi dei Sudeti furono costretti ad abbandonare le proprie case e tra 70.000 e 80.000 ungheresi furono espulsi o trasferiti forzatamente.

 

Nel dicembre 2025, il Consiglio nazionale slovacco ha approvato un emendamento al Codice penale, successivamente firmato dal Presidente slovacco Peter Pellegrini. L’emendamento criminalizza la messa in discussione o la negazione pubblica dei Decreti Beneš, rendendola un reato punibile dalla legge slovacca. Secondo quanto riportato, chiunque neghi, metta in discussione o contesti pubblicamente il quadro giuridico degli accordi postbellici a cui i decreti appartengono rischia fino a sei mesi di reclusione. Il Presidente Pellegrini ha firmato l’emendamento anziché esercitare il diritto di veto, affermando che doveva essere chiaro che la tutela dei propri diritti di proprietà in tribunale non equivale di per sé a mettere in discussione i decreti.

 

Sono circa mezzo milione gli ungheresi che vivono in Slovacchia, nelle terre di confine, una minoranza compatta, circa il 10% della popolazione totale. Dal 2019 la Slovacchia ha avviato una lenta ma inesorabile campagna di riappropriazione dei terreni appartenenti alla minoranza ungheresi. A seguito delle scoppiare delle polemiche ecco giungere la norma dello scorso anno che criminalizza chi critica i decreti Beneš.

 

Sull’argomento in questi mesi si sono espresse anche le chiese. Per prima la Chiesa riformata ungherese – che conta oltre un milione e mezzo di membri, pari a oltre il 13% della popolazione- che ha prodotto un comunicato per affermare di guardare «con profonda preoccupazione alla modifica del Codice Penale adottata nella Repubblica Slovacca, che rende reato penale la messa in discussione e la critica pubblica dei Decreti Beneš e minaccia con la reclusione coloro che cercano di difendere la verità storica.

Crediamo che dire la verità non metta in pericolo la pace; al contrario, è un prerequisito per la riconciliazione. Sopprimere il passato non guarisce le ferite, mentre un confronto onesto – per quanto doloroso – può aprire la strada al rispetto e alla fiducia reciproci.

 

Le comunità riformate del bacino dei Carpazi hanno una responsabilità particolare nel promuovere il dialogo e la riconciliazione tra le nazioni della regione. Chiediamo al Signore di tutta la creazione di rendere le nostre chiese coraggiose testimoni della verità e strumenti di riconciliazione, affinché non restiamo in silenzio per paura, ma parliamo per amore e responsabilità.

Ci uniamo in preghiera ai nostri fratelli e sorelle ungheresi in Slovacchia, ricordando le ferite degli anni successivi alla Seconda Guerra Mondiale: lo stigma della colpa collettiva, la privazione dei diritti e la confisca dei beni subite dalle comunità e congregazioni riformate in quel paese, l’espulsione dalla loro terra natale e i dolori inespressi che ancora oggi vivono in molti cuori.

 

Allo stesso tempo esprimiamo la speranza che, nell’affrontare queste questioni, in futuro non prevalgano la paura e l’intimidazione, ma che possa iniziare un dialogo aperto e onesto, rispettoso della dignità umana, orientato verso la verità che porta guarigione a tutti noi.

Preghiamo anche per coloro che ricoprono posizioni decisionali: Dio conceda loro la saggezza di servire il cammino della riconciliazione, affinché non cerchino di mettere a tacere le coscienze con le leggi o soffocare la libertà di parola con le punizioni, ma, guidati dallo Spirito Santo e nel rispetto della dignità umana dei loro cittadini, osino confrontarsi con il nostro passato e il nostro presente in vista di un futuro comune».