Delegazione ecumenica in visita a Cuba mentre la crisi umanitaria si aggrava
Il leader del Consiglio ecumenico delle chiese, della Comunione mondiale delle chiese riformate e del Consiglio metodista mondiale: «La nostra presenza tra voi vi ricorda che non siete soli»
Una delegazione ecumenica internazionale, promossa dalla Comunione mondiale delle chiese riformate (Wcrc), è all’Avana in questi giorni, dal 28 al 31 marzo, per una visita di solidarietà volta a rispondere alla crescente crisi umanitaria dell’isola e alla crescente preoccupazione globale per l’impatto delle sanzioni economiche sulla sua popolazione.
La visita si svolge in un momento in cui le organizzazioni ecumeniche lanciano sempre più avvertimenti sulle conseguenze umanitarie delle sanzioni e delle restrizioni recentemente intensificate che colpiscono le forniture di carburante a Cuba. Le Nazioni Unite hanno recentemente annunciato la necessità di un piano d’azione rivisto che affronti «l’effetto a cascata sui servizi essenziali come l’assistenza sanitaria, l’istruzione, i servizi igienico-sanitari e la disponibilità di cibo e acqua» e «i vincoli alle operazioni umanitarie».
Il 26 marzo , il rappresentante delle Nazioni Unite all’Avana ha riferito che la diminuzione delle riserve energetiche sta creando «gravi rischi umanitari», poiché il 90% dei servizi essenziali del Paese dipende dal petrolio. Tra questi, 5 milioni di persone affette da malattie croniche rischiano di subire interruzioni nelle cure e 1 milione di persone dipendono dalle autocisterne per l’acqua potabile.
La delegazione è composta dal segretario generale della Wcrc, il pastore Philip Vinod Peacock; dal pastore Jerry Pillay, segretario generale del Consiglio ecumenico delle chiese; dalla pastora Jihyun Oh, segretaria generale dell’Assemblea Generale della Chiesa Presbiteriana (USA) e direttrice esecutiva di Presbyterian Life & Witness; dal pastore Jimmie R. Hawkins, direttore per la promozione e la difesa degli interessi nella Chiesa Presbiteriana statunitense; dal vescovo Anthony Poggo, segretario generale della Comunione Anglicana; dal pastore Michael Blair, segretario generale della Chiesa Unita del Canada; e dal pastore Reynaldo Ferreira Leao Neto, segretario generale del Consiglio metodista mondiale.
Durante la visita, la delegazione sta incontrando le chiese cubane e i leader ecumenici, i funzionari governativi e le comunità locali, concentrandosi sulla situazione umanitaria, sul ruolo delle chiese nell’accompagnare le comunità vulnerabili e sulla necessità di politiche che diano priorità alla dignità umana.
Il programma prevede anche una visita all’Istituto Nazionale di Oncologia dell’Avana e la partecipazione a incontri ecumenici e alle celebrazioni della Domenica delle Palme in diverse località della città.
«La nostra presenza tra voi vi ricorda che non siete soli» ha affermato il pastore Pillay, durante una funzione ecumenica tenutasi nella cattedrale episcopale dell’Avana il 29 marzo.
Nel suo intervento, Pillay ha fatto riferimento al contesto globale di conflitto e instabilità, osservando che «un semplice sguardo a ciò che sta accadendo a Gaza, in Ucraina, in Sudan, nella Repubblica Democratica del Congo, in Myanmar, in Colombia, in Iran e in molte altre parti del mondo dimostra che migliaia di persone stanno morendo e nessuno sembra in grado di fermare queste uccisioni insensate».
Il segretario del Consiglio ecumenico ha sottolineato l’incapacità della leadership politica di fermare la violenza e ha espresso preoccupazione per l’erosione del rispetto per il diritto internazionale, la sovranità statale, la dignità umana e la sacralità della vita.
Pillay ha inoltre avvertito che il ricorso alla guerra, alla violenza e alla forza militare come strumenti di pace continua a minare la stabilità globale e ha ribadito la posizione delle organizzazioni ecumeniche secondo cui il dialogo, piuttosto che la violenza, rimane l’unica via percorribile verso una pace duratura: «A Cuba, la vita quotidiana è segnata da difficoltà economiche, carenza di beni di prima necessità, opportunità limitate e incertezza sul futuro», ha affermato. «Eppure la Chiesa non vive nell’abbondanza, ma nella fede; non nella sicurezza, ma nella fiducia. La speranza della risurrezione non nasce da circostanze favorevoli, ma dall’incontro con il Cristo vivente».
Prendendo spunto dall’esempio biblico di Marta, Pillay ha osservato che i cristiani cubani incarnano un’esperienza vissuta di attesa, lotta e interrogativi, pur mantenendo la speranza. Ha inoltre riconosciuto le pressioni sociali ed economiche che il Paese si trova ad affrontare, lodando il costante impegno della Chiesa nell’accompagnamento e nella solidarietà con il popolo.
«Cuba offre una testimonianza profetica alla Chiesa globale» ha aggiunto ancora Pillay. «Ci ricorda che la speranza non dipende dall’abbondanza, la fede non richiede certezze e la risurrezione non attende condizioni perfette. Piuttosto, si rivela in mezzo alla scarsità, alla lotta e alle avversità » .
Ha concluso ponendo una sfida più ampia alla comunità internazionale: se la fede nella risurrezione sia limitata ai momenti di serenità o se si estenda anche alle realtà più difficili. «Se Cristo è risorto a Cuba, allora Cristo è risorto ovunque».
Autostoppisti lungo un’autostrada nei pressi di Santiago de Cuba. Foto: Paul Jeffrey