Lionel Jospin, le radici protestanti

Morto domenica l’ex primo ministro francese cresciuto in un ambiente riformato

 

Il giornale francese Rèforme traccia un ricordo dell’ex primo ministro Lionel Jospin, morto domenica 22 marzo all’età di 88 anni. A lui si devono riforme importantissime: le 35 ore lavorative settimanali, la copertura sanitaria universale (anche per i sans papiers), i Pacs per le coppie non sposate, il passaggio da 7 a 5 anni del mandato presidenziale e anche la creazione della Fondazione per la memoria della Shoah.

 

«Interrogandosi il 12 ottobre 1997 sul settimanale americano Newsweek sulle ragioni della sorprendente popolarità di cui godeva l’allora il primo ministro francese Lionel Jospin, la giornalista Judith Warner elencava un certo numero di punti di ordine politico e sociale, poi aggiungeva: “E poi, è protestante, che, nell’immaginazione dei francesi, simboleggia l’onestà”. 

 

È vero che l’ex premier proveniva da una famiglia protestante. Suo nonno Héliodore Jospin (1873-1944) era stato pastore. Suo padre Robert Jospin (1899-1990) iniziò gli studi di teologia. Non proseguì su questa strada, ma negli anni ’20 fu attivo all’interno dei movimenti giovanili protestanti. Da parte sua, Lionel Jospin ricevette un’educazione religiosa protestante, come i suoi fratelli e sorelle.. Fu anche uno scout delal Chiesa protestante, il suo capo pattuglia era Michel Rocard. Si ritroveranno più tardi ai vertici del Partito socialista.. Certo, sembra che Jospin abbia cessato ogni pratica religiosa nell’adolescenza, ma non ha mai nascosto la sua cultura protestante».

 

Proprio a Réforme, nel numero dell’11 aprile 1981, Jospin chiarisce il suo rapporto con il protestantesimo mentre considera quale potrebbe essere la sua azione politica se François Mitterrand fosse eletto: “Credo di aver ereditato [dal protestantesimo] una volontà di studiare seriamente i problemi, di andare a vedere di persona, di non lusingare le persone, di dire chiaramente il proprio pensiero, di non scaricare sulla collettività delle proprie responsabilità, di assumersi nelle proprie azioni individuali. Certo, ho l’amore per la libertà, la decisione, e poco gusto per l’ipocrisia, per le forme pompose della manifestazione del sentimento religioso, o per la riverenza in politica. Ho senza dubbio mantenuto questi atteggiamenti, ma in chiave laica […] Nel mio ambiente, il protestantesimo significava libertà, spirito critico, volontà di riforma, giustizia sociale. Riflettendo 33 anni dopo sulla sua azione politica passata, risponde a Frédérick Casadesus che gli chiede: “In che modo il protestantesimo ha influenzato la vostra pratica del potere? “: “Nella mia pratica del potere non ne so nulla. Nella mia prima formazione intellettuale e morale, il protestantesimo contava indiscutibilmente, l’ho sempre detto. La mia famiglia era una famiglia protestante fervente: mio padre e mia madre erano molto legati a questa tradizione […] Nella mia famiglia […] era possibile esprimersi, discutere con i nostri genitori. Nell’ambiente dello scoutismo, al tempio, […] la concezione del libero esame, di una fede che si affrontava in dialogo con Dio, ha contribuito a formarmi. Poi è arrivata la rottura con la religione. E quindi non arriverò al punto di dire che, trenta o quarant’anni dopo, questa prima esperienza ha segnato il mio impegno politico. Non stabilirei un nesso di causalità, parlerò piuttosto di capillarità, di impregnazione iniziale».

 

Resta che nel 1991, Lionel Jospin spiega che la Francia e la sinistra francese sono “all’intersezione di due influenze: quella della Rivoluzione, quella della religione cattolica […]. Nell’idea di rivoluzione, c’è sempre l’idea di potenziale tradimento della rivoluzione […] l’equivalente cristiano del tradimento rivoluzionario, è l’idea della colpa, che crea la colpa. » Aggiunge: «Tutta altra è la tradizione anglosassone o nordica dei paesi dove domina il protestantesimo, dove la socialdemocrazia è forte, dove il potere è relativizzato piuttosto che sacralizzato, dove il riformismo è rivendicato e non cosa di cui vergognarsi.»

 

«Ora, lo sanno tutti, – conclude l’editoriale di Réforme – oggi consideriamo in generale i cinque anni in cui è stato Primo Ministro (1997-2002) come il primo vero tentativo di attuare in Francia un programma socialdemocratico sia nelle decisioni prese che nella pratica del potere. È vero che si è schiantato nel 2002 per il suo fallimento al primo turno delle elezioni presidenziali. Lionel Jospin è stato forse “troppo protestante” per una Francia che non lo è?».

 

 

Foto di jyc1