L’accoglienza corre per le strade di Roma
Alla Run4Rome 2026 la Chiesa Metodista di Ponte Sant’Angelo ha aperto le porte ai gruppi valdo-metodisti e battisti da tutta Italia
C’è un gesto che precede la corsa, e che ne contiene già tutto il significato. Prima che le squadre valdo-metodiste e battiste si presentassero sulla linea di partenza della Run4Rome, domenica 22 marzo, qualcosa di importante è accaduto il sabato sera, nei locali della Chiesa Metodista di Ponte Sant’Angelo. Una spaghettata. Un tavolo imbandito con i prodotti tipici portati dai partecipanti, arrivati dalle Valli Valdesi, dalla Toscana, dal Veneto, dalla Calabria. Non il semplice preludio logistico di una gara, ma il segno tangibile di ciò che questa comunità pratica ogni giorno: l’accoglienza.
A dare il benvenuto ai gruppi è stata la pastora Sarah Mae Gabuyo, che guida la comunità anglofona della Chiesa Metodista di Ponte Sant’Angelo. Nata a Manila, cresciuta nella chiesa metodista di Milano, formatasi teologicamente al Wesley Theological Seminary di Washington e consacrata pastora nella United Methodist Church, Gabuyo incarna nella propria biografia il significato della parola «globale» così come il metodismo la intende. «Il mondo è la mia parrocchia», ripeteva John Wesley; e in quella frase, che campeggia ancora oggi sul sito della chiesa di Ponte Sant’Angelo, si condensa la vocazione di una comunità che non ha mai smesso di aprire le proprie porte.
La Chiesa di Ponte Sant’Angelo non si limita alla celebrazione domenicale. La sua comunità, composta principalmente da filippini e italiani, ha scelto fin dal 2006 di costruire un progetto di vita comune capace di trasformare le differenze linguistiche e culturali in ricchezza condivisa. Al suo interno operano una scuola di italiano per migranti e uno Sportello Lavoro, iniziative diaconali che parlano la lingua concreta del servizio. Accogliere, per questa chiesa, non è un evento occasionale: è una pratica quotidiana, un modo di stare nel mondo.
È questo spirito che sabato sera ha riempito i locali della chiesa. I partecipanti si sono raccontati le motivazioni che li avevano condotti fin lì, hanno condiviso il cibo e le storie delle proprie comunità di appartenenza, si sono conosciuti. Chi non ha trovato posto nelle case di chi ha dato ospitalità si è trasferito in albergo, ma il cuore dell’incontro era già battuto lì, in quella sala, attorno a un piatto di pasta. Non è retorica: è il modo in cui le chiese evangeliche sanno costruire comunità anche nell’effimero di una sola sera.
La mattina dopo, quello spirito si è riversato per le strade di Roma. Otto squadre valdo-metodiste e una battista, con una dimensione fra generazioni che andava dai minorenni agli ultrasettantenni, hanno percorso i 42 chilometri della staffetta. Una partecipazione contenuta rispetto alle oltre milleduecento squadre iscritte, ma significativa nel suo valore simbolico. La staffetta chiede di affidarsi: nessuno corre l’intero percorso da solo, ognuno copre il proprio tratto e poi consegna il testimone a un altro. Il risultato dipende dalla fiducia reciproca, dalla capacità di mantenere saldo il movimento.
Chi lavora nell’accoglienza sa che questa dinamica non è una metafora. È la struttura stessa del lavoro quotidiano con le persone migranti: un percorso che si compie a tappe, dove ogni operatore, ogni volontario, ogni comunità copre un tratto e poi passa il testimone. Il risultato finale (un permesso ottenuto, un corso di lingua completato, un contratto firmato, una casa trovata) non dipende mai da un singolo gesto eroico, ma dalla continuità di una rete che regge.
L’iniziativa, promossa a partire dal Sinodo 2025 da Ulf Hermann Koller e Andrea Sbaffi, rappresenta qualcosa di più di un evento sportivo con cappello ecclesiastico. È una forma di testimonianza discreta, che non si affida a dichiarazioni programmatiche, ma sceglie di abitare lo spazio pubblico mettendosi accanto agli altri. Il gesto, semplice e radicale al tempo stesso, di esserci.
Del resto, questa edizione della Run Rome The Marathon ha raccontato esattamente questo: una città che sa accogliere. Trentaseimila corridori da 166 Paesi, sessantamila persone con un pettorale al petto. Professionisti e amatori, keniani da record e famiglie alla prima esperienza, tutti sulla stessa strada, verso lo stesso traguardo. La partenza dai Fori Imperiali, il Colosseo, le Terme di Caracalla, la Basilica di San Paolo, Castel Sant’Angelo, piazza San Pietro: quarantadue chilometri attraverso frammenti di una cultura millenaria che non si è mai limitata a conservarsi, ma ha sempre saputo aprirsi. Roma assorbe e restituisce, riceve e trasforma. Ogni pietra di questa città porta incisa la memoria di qualcuno che è venuto da altrove.
Non è un caso che al chilometro sei, sul Ponte Settimia Spizzichino, gli organizzatori abbiano istituito il «Ponte della Pace»: una madre israeliana e una palestinese, Yael Admi e Reem Al-Hajajreh, candidate al Premio Nobel, hanno attraversato la città a piedi nudi per chiedere la fine della violenza e la tutela dei bambini. Un gesto che dice, con una potenza che nessun comunicato stampa potrebbe raggiungere, che l’incontro può ancora essere il luogo dove il mondo impara a parlarsi.
E poi il traguardo: il Circo Massimo, il più grande impianto sportivo dell’antica Roma, che dopo duemila anni è tornato ad accogliere atleti da ogni angolo della Terra. Dove un tempo le bighe sollevavano la polvere sotto gli occhi di centocinquantamila spettatori, ieri mattina i corridori del ventunesimo secolo hanno tagliato lo stesso traguardo portando sulle spalle non le insegne di un impero ma le magliette delle proprie associazioni, i colori delle proprie bandiere, le cause in cui credono. Roma ha fatto quello che fa da sempre: ha accolto tutto questo con la naturalezza di chi è abituato a vedere il mondo attraversare le proprie strade.
Dentro questo flusso immenso, nove piccole squadre evangeliche hanno corso il loro tratto portando con sé la convinzione che accogliere sia un verbo da coniugare al presente. Le chiese valdesi e metodiste lo praticano nei propri territori con i progetti della Diaconia, con la micro-accoglienza diffusa, con il lavoro silenzioso di chi accompagna un rifugiato a un colloquio di lavoro o lo aiuta a compilare un modulo in una lingua che ancora non padroneggia. Un lavoro che non finisce mai sui giornali, ma che tiene insieme il tessuto di comunità intere.
Se Roma ha imparato ad accogliere in tremila anni di storia, le nostre chiese possono farlo nel tempo breve di una generazione. Possono dimostrare che un mondo diverso non è un’utopia predicata dai pulpiti, ma una pratica costruita nei refettori, nelle aule dei corsi di lingua, nelle sale dove il sabato sera si apparecchia per chi arriva da lontano. La «schiera di testimoni» di cui parla la Lettera agli Ebrei si rende visibile, oggi, nelle comunità che scelgono di tenere aperta la porta. A Ponte Sant’Angelo come nelle Valli Valdesi, a Dipignano come a Riesi, in Calabria come in Toscana.
Nei prossimi mesi verranno fatte le opportune valutazioni sulla formula da adottare in futuro. Ma qualunque forma assumerà questa esperienza, una cosa è già chiara: la sera prima della corsa, in una piccola chiesa affacciata sul Tevere, mentre Roma si preparava ad accogliere il mondo, il testimone era già stato passato.
Foto di Emanuele