La forza del bene collettivo
Intervista a Barbara Huning, psicologa a St. Paul, tra mutuo soccorso, canti e resistenza civile contro le operazioni dell’ICE in Minnesota
Nel solco dell’attenzione che Riforma sta dedicando alle proteste in Minnesota contro le violenze degli agenti dell’ICE nei confronti degli immigrati durante l’«Operazione Metro Surge», e alla vasta mobilitazione di reti auto-organizzate impegnate nel sostegno e nella protezione delle persone più vulnerabili, pubblichiamo questa intervista a Barbara Huning, psicologa in libera professione specializzata nel trattamento del trauma complesso, che vive a St. Paul, Minnesota.
Il contatto ci è stato suggerito da Marco Gisola, pastore della chiesa di Verbania (VB), di cui è membro la sorella Wendy Huning.
Ormai da alcuni mesi sono in corso proteste e azioni intraprese in difesa degli immigrati presi di mira agli agenti dell’ICE. Ha partecipato a qualcuna di esse? Cosa ha significato per lei questo impegno?
«Personalmente ho cercato di sostenere e prendermi cura dei cuori, delle menti e del sistema nervoso dei miei clienti che stanno vivendo un attacco ai nostri diritti umani fondamentali. Alcuni dei miei assistiti hanno intrapreso un “secondo lavoro”: consegna di pasti, trasporti, protezione di persone a rischio, raccolte fondi e, naturalmente, presenza in strada per avvertire con i fischietti i vicini quando l’ICE arriva nel loro quartiere.
Stiamo imparando insieme come adattarci e andare avanti nonostante uno stress continuo. Sono orgogliosa di noi: siamo diventati una forza coesa al servizio del bene comune. I sistemi auto-organizzati di mutuo soccorso che stiamo sviluppando sono un modello che offre, a mio avviso, una grande speranza per l’umanità in questi tempi oscuri di crescente autoritarismo. Stiamo imparando che il nostro amore e il nostro impegno reciproco producono una forza del bene che non può essere oppressa. Questo è il nostro vero potere.
Inoltre, partecipo regolarmente alle azioni di Singing Resistance, che è un movimento nato da un gruppo di cantanti della comunità locale. Per il primo raduno, organizzato dalla chiesa nel quartiere di Renee Good la settimana dopo il suo omicidio, erano attese dalle trenta alle cinquanta persone: ne sono arrivate 300. Una settimana dopo, 600. La settimana successiva, 1.000. Ora ci sono oltre 7.000 membri locali e è in corso un movimento nazionale in tutti gli States. Spero che nuovi gruppi nascano anche in Europa e nel resto del mondo, perché ciò che proviamo, ciò che creiamo quando cantiamo insieme in solidarietà per il bene comune, è sacro e potente.
Credo che insieme, alimentati dall’impegno per la giustizia e ispirati dal nostro impegno collettivo, personale, reciproco, possiamo guarire il nostro mondo.
Durante la prima marcia, abbiamo attraversato il quartiere di Renee Good. Abbiamo cantato canti di dolore per condividere le nostre lacrime con la sua famiglia e gli amici. Ci siamo fermati davanti alle case da cui i vicini sono stati violentemente strappati, e abbiamo cantato: “Resistete, resistete, miei cari: ecco che arriva l’alba!”.
Infine, ho cominciato a fare la spesa al supermercato messicano del quartiere, e mangio in ristoranti gestiti da immigrati. Insieme a migliaia di membri della mia comunità sono scesa in piazza, chiedendo pacificamente che l’ICE cessi le sue azioni. Stare con decine di migliaia di vicini, in solidarietà, ricarica la mia energia spirituale: è profondamente incoraggiante, ed è nutrimento per l’anima».
Qual è la situazione attuale in città? Si è parlato di un ritiro degli agenti dell’ICE in Minnesota: è vero?
«È difficile trasmettere il peso della violenza e del terrore vissuti. Il pericolo fisico è palpabile. Molti di noi, me compresa, sono crollati fisicamente per lo stress, almeno una volta negli ultimi due mesi. I nostri corpi soffrono per la tensione di sapere che potremmo ritrovarci improvvisamente in pericolo di morte a un semaforo; che il migliore amico di nostro figlio potrebbe essere rapito e portato in un campo di detenzione in Texas oggi stesso; che un nostro caro collega potrebbe non presentarsi al lavoro domani e sparire per sempre. Ci sentiamo in colpa per non poter fare di più.
Nello stesso tempo, proviamo un senso di sicurezza nella nostra azione collettiva. La bontà emersa in noi ci ha permesso di fare cose che non sapevamo di poter fare.
Il 12 febbraio è stata annunciata la fine dell’Operazione Metro Surge, ma molti di noi sono diffidenti e, diciamolo chiaramente, l’ICE è ancora qui a violare i nostri diritti: osservatori legali sono stati identificati, pedinati, inseguiti, minacciati e picchiati. Gli agenti federali hanno sfondato porte, dichiarando di non aver bisogno di alcun mandato. La situazione è più tranquilla nelle aree urbane, ma non è finita».
Cosa possiamo aspettarci nel prossimo futuro?
«Si parla della creazione di enormi centri di detenzione a scopo di lucro, con condizioni disumane e lavori forzati. Diverse cause legali stanno contestando queste pratiche. Non sappiamo quanto peggiorerà la situazione. Il fascismo è arrivato nella nostra terra.
Ciò che è stato fatto ai nostri vicini immigrati è devastante. Alcune famiglie si auto-deportano per evitare separazioni forzate, detenzioni senza un giusto processo o uccisioni. Imprenditori immigrati stanno cercando disperatamente di resistere con le loro attività, in quanto la clientela immigrata non può fare acquisti mentre è costretta a rimanere a casa. Come comunità, li sosteniamo acquistando da loro e donando fondi per aiutarli a continuare a lavorare. Stiamo facendo del nostro meglio».
Cosa vi ha insegnato questo periodo?
«La nostra comunità è maturata dai giorni dei disordini avvenuti dopo l’omicidio di George Floyd nel maggio 2020. Abbiamo messo da parte la violenza, e le proteste sono state pacifiche. Il coraggio e la determinazione della comunità sono esplosi. Ora sappiamo di poter creare un movimento massiccio, efficace e senza leader che protegga tutti, compresi i più vulnerabili. Possiamo fare ciò che il nostro governo non fa: prenderci cura gli uni degli altri. Abbiamo assaporato il vero potere: la capacità collettiva di sopravvivere. Noi, il popolo, incarniamo lo slogan dell’ex senatore del Minnesota, Paul Wellstone: “Stiamo tutti meglio quando stiamo tutti meglio”. Questa volta nessuno verrà lasciato indietro».
Foto di: A1Cafel (talk | contribs)