Di chi sono i nostri giorni?

Le domande e le riflessioni suscitate da «La grazia», ultimo film di Paolo Sorrentino

 

«Se non firmo, sono un torturatore; se firmo, sono un assassino. La domanda è se voglio essere un torturatore o un assassino!» Così il presidente della Repubblica Mariano De Santis riassume a Dorotea, sua figlia e consigliera particolare, il dilemma che lo lacera rispetto al firmare o meno una legge che regolamenta l’eutanasia. Lei risponde: «No, la domanda è una sola: di chi sono i nostri giorni?» Basterebbe questo scambio per consigliare vivamente la visione dell’ultima fatica di Paolo Sorrentino, La grazia. L’oggetto del film non è la grazia biblica dell’altro Paolo (di Tarso), ma il potere di grazia dell’umano detentore dell’ultima parola. Secondo l’articolo 87 della Costituzione, in Italia tale potere spetta al presidente della Repubblica: una legge non è legge senza la sua firma e lo stesso vale per i provvedimenti di grazia. Così, oltre alla legge sull’eutanasia, il vecchio democristiano De Santis è alle prese con due controverse richieste di grazia: un uomo che ha ucciso l’anziana moglie malata di Alzheimer e una donna che ha ucciso il marito violento.  

 

Dopo un meraviglioso excursus autobiografico (È stata la mano di Dio) e un film esteticamente ineccepibile ma “disunito” (Parthenope), per restare nel lessico sorrentiniano, con La grazia il regista torna sui temi a lui più cari: i corridoi del potere, il Palazzo e il suo inquilino, il maschio di fronte all’inesorabilità del tempo che scorre. Soprattutto, però, rifiutando la distinzione netta tra sacro e profano, il tema è l’individuo solo con sé stesso, alle prese con la domanda “chi sono io?” Le incombenze pubbliche di De Santis sono la sublimazione dei dilemmi privati: cosa succede quando finirà il mandato, cosa sappiamo dei nostri figli, cosa sappiamo di quel che gli altri pensano di noi e, soprattutto, può andare in prescrizione (o essere perdonato) un tradimento subito quarant’anni fa? De Santis è un luminare del diritto penale e apprezzato presidente; ha portato stabilità in tempi di instabilità.  

 

«Tu sei stato un grande Presidente della Repubblica!». Gli amici, i compagni di partito, le persone che incontra non fanno che esaltare le sue doti di giurista e politico, ma lui si sente piccolo e impotente. Non a caso Jacques Lacan definiva “castrazione” la distanza tra la grandezza declamata da altri in pubblico e l’intima consapevolezza della propria nullità. È una consapevolezza che De Santis ha di continuo: un uomo che invano sogna di sognare, che si addormenta mentre prega, che si è rifugiato dietro il diritto, come un soldato si cela dietro l’ordine per affrontare una vita che andrebbe invece vissuta all’insegna della grazia.  

 

Che cos’è, dunque, questa grazia? «È la bellezza del dubbio», dice De Santis, il dubbio che ti chiama al coraggio, perché non c’è codice cui puoi appigliarti quando ti trovi davanti alla verità della vita (che radicalmente è un morire) degli altri che incontra la tua. E allora «di chi sono i nostri giorni?» resta una domanda cui è inopportuno dare una risposta univoca e definitiva.   È un film denso, a tratti prolisso, come se il tempo concessoci non fosse sufficiente a contenere tutte le parole necessarie, come oltre duemila pagine di manuale di diritto penale non sono sufficienti a contenere le contraddizioni dell’esistenza. Ci sono parole e gesti confezionati come in scatole cinesi, che si possono aprire e scoprire nelle successive visioni: la figlia Dorotea, fedele e allo stesso tempo ribelle nei confronti del padre, come furono i dorotei nei confronti dell’onnipotente Fanfani negli anni Cinquanta; oppure la stessa presenza del grandissimo protagonista Toni Servillo, alla sua settima collaborazione con Sorrentino, prima Andreotti in Il divo, poi Berlusconi in Loro, infine qui l’ideale presidente della Repubblica.  

 

In conclusione, due considerazioni. Anzitutto, l’Italia di Sorrentino è contemporanea e allo stesso tempo parallela a quella del pubblico. Non c’è tv. Il telefono del Presidente è un vecchio Nokia 3310 e serve solo a telefonare. Si percepisce un’Italia che dibatte di temi veri in maniera dura ma seria. Il conservatorismo del Presidente si rivela funzionale al progresso civile. Al mondo instabile del pubblico, in cui trionfano bulli e urlatori, il film oppone un mondo solido fondato sulla ricerca della verità e della vita. Infine, da laico Sorrentino racconta l’importanza della riflessione civile e spirituale sulla grazia. In questo suscita l’interesse della persona di fede cristiana, che vive per grazia, ma che forse non ci riflette abbastanza.