Per una comunione che già unisce i credenti
Il presidente del Sae Simone Morandini sulla Settimana di preghiera ecumenica
Dal 18 al 25 gennaio in Italia e nell’emisfero nord del mondo si celebra la Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani (Spuc), nata come Ottavario per l’unità della Chiesa nel 1908 per opera del reverendo episcopaliano Paul Wattson, dopo alcuni tentativi di preghiere strutturate di varie confessioni cristiane. Nel 1935 l’abate Paul Couturier promuove l’iniziativa nell’attuale denominazione, che dal 1968 è promossa dal Dicastero per la promozione dell’unità dei cristiani e dalla Commissione Fede e costituzione del Consiglio ecumenico delle Chiese.
Anche il Segretariato attività ecumeniche (Sae), fondato da Maria Vingiani negli anni del Concilio Vaticano II, sostiene questo appuntamento fondamentale per il dialogo ecumenico tra le chiese e per il loro cammino verso la comunione, partecipando attraverso i suoi soci e socie all’organizzazione di eventi di incontro, conoscenza e preghiera comune a fianco delle diocesi e nei Consigli delle Chiese cristiane.
Il presidente del Sae, Simone Morandini, sottolinea che il tema di quest’anno, tratto dalla lettera agli Efesini – «Uno solo è il corpo, uno solo è lo Spirito come una sola è la speranza alla quale Dio vi ha chiamati» (Efesini 4, 4) – «richiama alcune grandi parole della fede comune. Penso da un lato all’idea di un’unità fondata nello Spirito, colui che genera a un tempo la ricchezza delle differenze e la comunione. Penso dall’altro alla speranza, elemento centrale per il vissuto credente, che siamo chiamati a testimoniare con coraggio in un tempo in cui la guerra e la violenza sembrano imporsi, in forme davvero disperanti».
Il teologo continua sul valore della testimonianza cristiana a favore di «forme di convivenza non centrate sull’inimicizia e la coercizione, ma sulla condivisione e la riconciliazione. Anche questo è parte della dinamica ecumenica, anche questo fa sì che essa si trovi sempre e di nuovo sfidata dal tempo e dalla storia. Non stupisce che tale richiamo venga dal testo preparato quest’anno dalla Chiesa Apostolica Armena – una delle antiche chiese ortodosse orientali – legata a un’intensa realtà spirituale, ma anche profondamente legata al complesso vissuto di un popolo spesso martire». Morandini conclude sottolineando che questa è «una delle dimensioni più belle che la Spuc ci propone: condividere ogni anno la realtà di uno specifico contesto geografico, ecclesiale, spirituale, dando così corpo a una comunione che già unisce i credenti grazie alle loro differenze e in esse, in attesa di prendere corpo in forme più piene».